La solitudine è considerata un’evenienza così grave da essere classificata come un problema di salute pubblica e viene presentata come una “epidemia” perché causa un’ampia gamma di problemi sanitari che mettono in difficoltà anche gli stessi servizi socio sanitari.
Tanto è vero che alcuni governi come il Regno Unito e il Giappone hanno persino creato un Ministero per la solitudine ed attuato delle strategie.
Al recente Congresso Nazionale di Psicogeriatria organizzato dalla AIP (Associazione Italiana di Psicogeriatria) svoltosi a Padova dal 26 al 28 marzo e a cui ha partecipato il Dott. Carlo Renzini, Presidente ASGG, come moderatore nella sessione “invecchiamento celebrale e solitudine” ove si è ribadito che non esiste, al momento, uno standard internazionale per la definizione di solitudine. Spesso non si distinguono isolamento sociale, vivere soli e solitudine.
Esistono una molteplicità di solitudini che incontriamo e sperimentiamo nella nostra vita e in quella degli altri. Esiste una solitudine ricercata (beata solitudo), in qualche modo desiderata che spesso coincide con il bisogno di ritirarsi nella ricerca di sé stessi.
Ma esiste anche una solitudine subita, nemica, strettamente correlata alla sofferenza e al dolore. Esiste la solitudine del singolo, ma anche della collettività o di interi paesi; la solitudine delle donne, quando private di diritti e colpite nella dignità e la solitudine degli uomini quando perdono identità e relazioni. Anche nelle diverse età della vita esiste la solitudine come quella dell’adolescente che si isola e si immerge nel gruppo “branco”, quella dell’anziano che si isola e allo stesso tempo ricerca contatto e aiuto per la sua fragilità. Nei paesi anglosassoni che hanno affrontato per primi questa problematica distinguono due concetti apparentemente simili: “Solitude” e “Loneliness”.
La prima (Solitude) è più una condizione psicologica, uno stato emozionale, mentre la seconda (Loneliness) è più una condizione sociale oggettiva di allontanamento della persona dagli altri.
La solitudine non ha necessariamente legami con l’isolamento in quanto quest’ultimo è una scelta di vita come lo perseguono alcune persone quali: Religiosi (Monaci), artisti, filosofi, ecc…
La solitudine dell’anziano ha un risvolto speciale anche per l’aspetto demografico con una società fatta sempre più di anziani, ma anche perché è un’importante fattore di rischio per la salute fisica e psicologica, ed è associata ad un aumento della mortalità.
Tuttavia la solitudine negli anziani non è una condizione statica ma un’esperienza dinamica che deve cambiare nel tempo in base alle circostanze di vita, alle relazioni sociali e al supporto ricevuto. Importante è soffermarsi di più sulla solitudine intesa come sofferenza, pena, dolore, patimento, ma anche sopportazione, tolleranza e pazienza.
È pur vero che diversi studi epidemiologici confermano che l’invecchiamento della popolazione si accompagna in questi anni ad un aumento molto forte della condizione della solitudine della persona anziana dovuta: alla crisi della famiglia, a problematiche abitative, a riduzione di legami di amicizia ed avvicinato, ma anche a cambiamenti di rapporti interpersonali vedi l’uso attuale dell’elettronica (smartphone ed altro).
Ci sono indubbiamente anche altri fattori che incidono sulla solitudine quali: l’età, le patologie croniche e la perdita parziale o totale dell’autosufficienza.
Infatti la solitudine può essere mortale per l’anziano in quanto sono più colpiti da livelli alti di solitudine e sono due volte più esposti alla probabilità di morire prematuramente a confronto di coloro che hanno livelli più bassi di solitudine. Quindi la solitudine è un problema di salute pubblica ed è necessario operare una modificazione culturale che limiti l’individualismo e soprattutto fornisca stimolazioni all’individuo che invecchia.
Importante sono alcune iniziative della comunità in generale ma anche nello specifico di quella scientifica: attraverso la continua costruzione di ponti fra le persone; promuovere azioni che possono combattere la solitudine; la costruzione di reti di sostegno come associazionismo territoriale e di comunità (Circoli culturali e ricreativi); coabitazioni o abitazioni d’insieme (cohousing); la formazione di professionisti di vario tipo con quelli sanitari e diffondere una medicina personalizzata fondata sulla qualità della vita e non esclusivamente sulla malattia.
In conclusione riconoscere la mutevolezza della solitudine permette di intervenire precocemente con strategie di prevenzione e supporto sociale. Inoltre bisogna considerare la solitudine come un’esperienza modificabile che può contribuire a rivedere lo stigma sociale ad essa assegnato.
Comunicato stampa – ASGG












