Portofranco San Marino. Il bisogno di qualcuno con cui stare davanti all’abisso. Il grave episodio accaduto nella Scuola Media di Trescore Balneario e le domande laceranti che apre

La lettera aperta di Matteo Severgnini 

Anche noi, come persone e come volontari di Portofranco, siamo rimasti colpiti dal gesto violento compiuto da un ragazzo, appena tredicenne, contro la sua insegnante di Francese, nella Scuola Media di Trescore Balneario in provincia di Bergamo. 

Fin dalla sua nascita Portofranco San Marino ha promosso occasioni di riflessione e di confronto sul disagio giovanile con educatori impegnati sul campo in prima persona, fra cui Cristiana Poggio, Domenico Tallarico, Alberto Bonfanti, Gianni Mereghetti. Da ultimo, l’8 

febbraio scorso, abbiamo incontrato Matteo Severgnini che, in un intenso dialogo con il numeroso pubblico intervenuto, ci ha parlato del rischio della libertà nel rapporto fra genitori e figli. 

Richiamando il fatto accaduto i giorni scorsi nella Scuola Media di Trescore, Matteo Severgnini ha scritto una lettera aperta (pubblicata il 29 marzo scorso su “La Verità”) che rimanda al fondo della emergenza educativa e che ci interpella nell’impegno di aiuto allo studio indicando l’orizzonte più vero del nostro essere adulti, educatori e genitori. 

Desideriamo riproporne il testo a tutti in quanto il suo contenuto mira direttamente al cuore dell’uomo e al bisogno di senso della vita di ciascuno. 

Caro direttore, il sangue versato nei corridoi di una scuola a Trescore Balneario e la lettera della professoressa Chiara Mocchi non sono solo fatti di cronaca. Sono un urto violento contro il nostro quieto vivere, che mette a nudo la nostra condizione. Quando un tredicenne arriva a tentare di uccidere la propria insegnante, e quando lei il giorno dopo scrive una lettera colma di pace e di «commossa gratitudine», non ci si può accontentare dell’analisi di cause e rimedi, ma bisogna scendere nell’abisso del cuore umano capace di tutto: chi può abbracciarlo, comprenderlo, penetrarlo fino in fondo, questo nostro cuore così potente e contraddittorio? 

La lettera scritta dal ragazzo responsabile dell’aggressione ci mette di fronte a un dramma tremendo. I bisogni espressi nelle prime righe, se non accettano di aprirsi a uno sguardo in grado di coglierli, portarli a galla e amarli nella loro profondità, possono prendere poi la deriva violenta e impenetrabile del finale. In questo senso e a questo livello, i giovani di oggi non sono così diversi da quelli del passato, anche se soggetti a sollecitazioni culturali e mediatiche molto più capillari. Trent’anni fa, una ragazza ventenne decideva di togliersi la vita lasciando scritto su un foglio: «Ho avuto nella vita il necessario ed il superfluo, ma non l’indispensabile». Oggi il superfluo abbonda, ma l’indispensabile – quel nesso che lega la fatica di alzarsi al mattino a un senso e a un destino buono – sembra mancare sempre di più. Senza di esso, la disperazione vince e diventa rabbia che può degenerare in violenza, su di sé o sugli altri. 

Dobbiamo aiutarci allora a identificare la vera domanda dei giovani, che è quella espressa da Pavese: «Val la pena che il sole si levi dal mare e la lunga giornata cominci?» La risposta a questo interrogativo esistenziale non arriverà certamente da una nuova strategia di controllo, ma solo da una presenza: donne e uomini capaci di abbracciare il cuore fino a quella sua radice abissale, a quel desiderio inestirpabile di bene. 

Sono rimasto profondamente colpito dalle parole che Chiara Mocchi ha dettato dal suo letto d’ospedale: «Sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore… questa ferita non deve diventare

un muro, ma un ponte». In queste parole intravediamo un amore che va incredibilmente oltre il dolore fisico e morale. Mentre ancora le ferite bruciano, Chiara non cede al risentimento, ma riafferma la propria «vocazione»: «Tornerò a insegnare, a credere nei giovani». Questa è una testimonianza di speranza invincibile, per tutti noi. È l’offerta, gratuita e sorprendente, di quell’indispensabile che tutti attendiamo. Ci dice che la vita è fatta per essere donata, che la propria vocazione è un compito che si assume di fronte al mondo e che non viene meno neanche davanti al male più incomprensibile. 

È la prova che esiste uno sguardo capace di non ridurre l’altro – persino chi ti ha colpito – al suo errore. 

Don Luigi Giussani diceva: «Se ci fosse una educazione del popolo, tutti starebbero meglio». La sua era una constatazione: il problema della convivenza umana, a tutti i livelli, nasce sempre da un problema di educazione. Se noi adulti ci rimettessimo in cammino per tornare a essere educatori autentici, se ci aiutassimo umilmente a vivere un cammino quotidiano, per imparare e testimoniare il valore di questo indispensabile, se ci sostenessimo a vivere questa vocazione di amore incondizionato, il mondo starebbe meglio. Ma è evidente che un insegnante, una persona limitata come tutti noi, non può reggere questo abisso da solo. C’è bisogno di una comunità educante, un insieme di adulti che condividano la vita come cammino alla scoperta dell’indispensabile che compie l’abisso del nostro cuore. 

L’episodio di Trescore Balneario chiede a noi adulti, insegnanti e no, di non voltare la testa. Ci invita a stare davanti ai ragazzi testimoniando che il bene esiste, e che non siamo soli a lottare contro il buio. Con la sua lettera, la professoressa Mocchi ci ricorda che anche noi abbiamo bisogno di Qualcuno che non fugga davanti a quell’abisso, ma ci dica: «Non temere, perché io sono con te». Questo è l’indispensabile per cui vale la pena che il sole, domani, si levi ancora dal mare. 

Matteo Severgnini 

Dirigente scolastico 

San Marino, 30 marzo 2026 

Comunicato stampa a cura di Portofranco San Marino