L’unico imputato per l’omicidio di Pierina Paganelli, il 36enne senegalese Louis Dassilva, è stato sottoposto ieri a un estenuante interrogatorio durato dieci ore davanti alla Corte d’Assise di Rimini. Durante l’udienza, l’uomo ha dovuto rispondere a centinaia di quesiti posti dal pubblico ministero, scivolando spesso in numerose contraddizioni e frequenti vuoti di memoria riguardanti sia la notte del delitto che i rapporti con la sua ex amante.
Le incongruenze sull’alibi
Il confronto in aula si è acceso particolarmente sulla ricostruzione dei movimenti avvenuti la sera del 3 ottobre 2023, data in cui la vittima è stata uccisa nel seminterrato di via del Ciclamino. L’imputato ha asserito di non essere mai uscito dalla propria abitazione e che la moglie avrebbe potuto confermare la sua presenza. Tuttavia, l’accusa ha immediatamente contestato questa versione, ricordando come in precedenza lo stesso Dassilva avesse dichiarato che la consorte non avrebbe potuto vederlo poiché si trovava in un’altra stanza.
Anche le modalità del ritrovamento del cadavere sono finite sotto la lente d’ingrandimento della procura. Il 36enne ha riferito di aver utilizzato l’ascensore per scendere nel garage a causa di un dolore al ginocchio, smentendo una sua precedente deposizione in cui aveva affermato di aver percorso le scale a piedi. Dassilva ha inoltre confermato di aver toccato il corpo della vittima per verificarne i segnali vitali subito dopo il ritrovamento.
Il legame con l’amante e i timori sul Dna
Un altro punto critico della testimonianza ha riguardato la relazione clandestina con Manuela Bianchi. Nonostante le intercettazioni ambientali abbiano rivelato uno scambio di messaggi affettuosi e profondi, in aula l’imputato ha cercato di sminuire l’importanza del rapporto, definendolo come un semplice diversivo.
Dassilva ha giustificato la prosecuzione degli incontri intimi con la donna anche dopo l’omicidio spiegando di aver agito per una sorta di timore reverenziale. Nello specifico, l’uomo ha dichiarato di aver temuto che l’ex amante volesse incastrarlo consegnando agli inquirenti campioni del suo Dna, che lei avrebbe potuto recuperare da alcuni indumenti dopo un suo precedente incidente stradale. Secondo la versione fornita ieri, gli incontri servivano dunque a mantenere un rapporto pacifico per evitare ritorsioni. Il processo riprenderà il prossimo 13 aprile per la seconda parte della deposizione.











