Italia, lo shock energetico fa meno paura: cala il peso del petrolio sul Pil

La minaccia di una nuova crisi energetica legata alle tensioni in Iran mette in allerta i mercati globali, ma l’economia italiana ed europea mostrano oggi una capacità di resistenza superiore rispetto ai decenni passati. Secondo i dati diffusi oggi dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (CPI) e rilanciati dal G7, il “peso” degli idrocarburi sul sistema produttivo nazionale è diminuito drasticamente, riducendo i rischi di una destabilizzazione profonda del ciclo economico.

Una dipendenza in costante calo

Le analisi condotte su dati Fmi ed Eurostat confermano che dal 1980 a oggi il consumo di gas e petrolio in rapporto alla ricchezza prodotta è in netta flessione. In Italia, dopo un picco registrato a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, la variazione percentuale del consumo energetico rispetto al Pil è scesa progressivamente. Il muro del -30% è stato abbattuto nel 2011, arrivando a segnare un -45% nel 2024. Questo significa che oggi, per produrre la stessa quantità di beni e servizi, il nostro Paese utilizza quasi la metà delle risorse fossili che impiegava quarant’anni fa.

Il confronto con l’Europa

L’Italia segue una tendenza comune ai 27 Paesi dell’Unione Europea, dove la media del calo energetico si attesta oggi al -45%. Tra le grandi potenze industriali, la Francia guida la classifica con una riduzione che sfiora il 70%, seguita dalla Germania che, nonostante una lieve risalita nell’ultimo biennio (+3-4%), mantiene un calo strutturale del 60%. Questa maggiore efficienza energetica funge da ammortizzatore contro l’inflazione e i rincari causati dai conflitti in Medioriente e Ucraina.

La risposta dei Grandi della Terra

Il G7 ha ribadito oggi la volontà di adottare misure coordinate per preservare la sicurezza dei mercati energetici. L’obiettivo è mitigare gli effetti collaterali della guerra in Iran, che ha già spinto il prezzo del petrolio Brent sopra i 115 dollari al barile. Tuttavia, grazie alla trasformazione del sistema economico, gli esperti ritengono che l’impatto dei rincari sulla crescita complessiva sarà più contenuto rispetto agli shock petroliferi del secolo scorso, permettendo una gestione più stabile della politica monetaria e della stabilità macroeconomica.