Cronaca. Pesaro, sgominata setta tra Marche e Umbria: due in carcere. Abusi, manipolazione psicologica e giro d’affari di quasi mezzo milione di euro

Un giro d’affari da quasi mezzo milione di euro, abusi fisici e una profonda manipolazione psicologica ai danni di persone in stato di fragilità. È il quadro tracciato dagli inquirenti che oggi ha portato all’arresto dei due presunti vertici di una comunità spirituale operante tra l’entroterra pesarese e il territorio umbro.

L’indagine, condotta dalla Squadra Mobile e dal Servizio Centrale Operativo, ha acceso i riflettori sull’organizzazione denominata Conoscenza è Libertà. I due leader del gruppo, un uomo e una donna noti tra i seguaci con pseudonimi mistici, si trovano attualmente in carcere con un provvedimento di fermo. Durante l’udienza di convalida svoltasi ieri, entrambi hanno scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere, mentre il giudice si è riservato sulla richiesta di custodia cautelare avanzata dai magistrati. Le pesanti accuse a loro carico spaziano dall’associazione a delinquere finalizzata alla truffa, fino all’estorsione e alla violenza sessuale. Risultano inoltre indagate a piede libero altre due persone, di cui una attualmente irreperibile in quanto residente all’estero.

A far scattare l’inchiesta è stata la disperata richiesta di aiuto di un padre. A metà del 2023, il genitore ha denunciato alle forze dell’ordine il totale isolamento del figlio, il quale aveva abbandonato il posto di lavoro e reciso ogni legame familiare per trasferirsi nelle strutture della setta. Tutto era iniziato frequentando dei presunti corsi di alchimia, per poi trasformarsi in una dipendenza totale che prevedeva versamenti di denaro mensili. Secondo le ricostruzioni, la rete faceva inizialmente base nella zona di Apecchio per poi spostarsi in un casale a Pietralunga.

All’interno della comunità vigeva un sistema di controllo assoluto. Gli investigatori hanno documentato come il sedicente maestro approfittasse della vulnerabilità delle adepte, arrivando a costringere una donna a subire rapporti intimi presentati subdolamente come riti indispensabili per la purificazione dell’anima. Il percorso di presunta salvezza spirituale richiedeva continui esborsi economici, con alcuni membri arrivati a sborsare decine di migliaia di euro. Per chi tentava di allontanarsi dal gruppo scattavano immediate minacce di malattie e disgrazie imminenti.

Il sodalizio sfruttava i propri seguaci anche come manodopera non retribuita. Come emerso dalle testimonianze e confermato da alcune inchieste televisive, gli adepti sarebbero stati impiegati gratuitamente e senza alcuna tutela per la sicurezza nei massicci lavori di ristrutturazione della sede umbra, a dimostrazione del totale assoggettamento psicologico e materiale delle vittime.