Non è un mistero, e glielo dico ogni volta che ho la fortuna di incontrarla: la trasmissione di Monica Fabbri su Rtv ha il potere raro di squarciare il velo del presente e di riportarmi indietro, in un tempo che sembra lontanissimo ma che vive sottopelle, facendomi ricordare eventi e sensazioni che, puntata dopo puntata, riescono a commuovermi nel profondo.
Monica, da anni, compie un’operazione che definirei quasi “chirurgica”: raggiunge il cuore della gente e lo fa senza filtri, con una schiettezza che non lascia spazio alle ipocrisie.
Sia chiaro, non è un segreto per nessuno che io non segua assiduamente l’emittente di Stato. I miei lettori conoscono fin troppo bene le mille ragioni dietro questa mia distanza critica. Eppure, quando navigo sul sito della televisione sammarinese, c’è un appuntamento che mi costringe a fermarmi. Ogni singola volta. Parlo di ”Qualcosa di Personale”, il format condotto con una grazia e una professionalità d’altri tempi dalla brava e bella Monica Fabbri.
Il successo di questo programma non è casuale. Risiede in una dote che oggi è diventata merce rara ovvero la capacità di ascolto. Monica arriva dove quasi tutti i suoi colleghi arrancano miseramente; riesce a entrare dritta nel cuore dell’intervistato e, per proprietà transitiva, nel nostro. Recentemente se è stato un gioco da ragazzi con un “chiacchierone” di talento, amico di vecchia data e nostro editorialista di punta come Enrico Lazzari, la sfida appariva decisamente più impervia quando sul divano si è seduto Marco Podeschi.
Lo dico senza giri di parole: Podeschi è il segretario politico, spero di non avere sbagliato carica, di un partito, Repubblica Futura, che non mi piace affatto. Anche se, a voler essere onesti, per coerenza ideologica potrebbe essere tra i pochi vicini alle mie idee, il giudizio politico resta severo sia per come si pongono e per la storia recente! Eppure, la conduzione di Monica,unita a una maturità che Marco sembra aver finalmente raggiunto (fatta eccezione per certi suoi recenti comunicati stampa che lasciano il tempo che trovano…), ha fatto emergere una figura inedita. Monica ha scavato nell’intimo, dipingendo un Marco Podeschi che solo gli osservatori più attenti potevano intuire, ma che restava invisibile alla moltitudine dei cittadini e dei politici di professione.
È emerso un uomo timido e potenzialmente fragile, segnato dai dispetti subiti da bambino, dal body shaming per il suo aspetto un po’ cicciottello ricevuto quando era solo un ragazzino, dalle umiliazioni in campo sportivo e dalle incertezze degli esordi. Mi è piaciuto questo suo mettersi a nudo. È un esercizio di verità che dovremmo fare tutti, anche se per me forse non è ancora il momento di calare completamente la maschera. Ammetto però che sarebbe affascinante, un giorno, far conoscere chi sia davvero il Severini che sta dietro al sito di GiornaleSM, andando oltre quella coltre impenetrabile di marzialità che il mio segno, Bilancia ascendente Scorpione, mi impone come difesa naturale. Chi mi conosce bene sa che, dietro quella corazza, batte il cuore di una persona corretta e fin troppo generosa, a detta di molti.
Guardando Podeschi raccontarsi, la mia mente è volata a ritroso, verso quegli anni ’80 e ’90 carichi di promesse. Ho rivisto il Severini bambino che passava beatamente i pomeriggi in solitudine a modellare, per gioco, la terra in un campo nascosto da una fratta, tornerei proprio lì in questo istante se potessi, sotto un gelso proprio di fronte a casa. Costruivo strade per le mie macchinine gallerie in terra battuta: gli anni più belli. Ho rivisto il ragazzino che preferiva la compagnia delle “morose” , da noi si diceva ragazze, ai classici gruppi di amici, il giovane ribelle che non accettava l’autorità dei professori per un viscerale, quasi ossessivo, bisogno di giustizia.
Io non ho subito il body shaming di Marco Podeschi; anzi, ero un bel bambino e un bel ragazzo anche un po’ incazzoso, ma ero comunque un solitario controcorrente. Organizzavo scioperi seguitissimi contro le inefficienze della scuola superiore, senza paura di niente e di nessuno; una caratteristica che, come vedete, non mi ha mai abbandonato. Ero un ribelle, sì, ma di centrodestra: una rarità assoluta in un quartiere dove il PCI viaggiava con punte del 75%. In quel “feudo rosso” della provincia di Ancona, io ero l’eccezione profumata. All’inizio, da ragazzino, rubavo il profumo a mia sorella, più grande di me di otto anni, che si infuriava regolarmente, mentre io uscivo con la testa piena di sogni e di sfide. Poi più tardi avevo una collezione abbastanza fornita.
Poi è arrivata la Marina Militare a Monfalcone, proprio in quei luoghi di confine citati da Marco Podeschi, con lo sguardo rivolto a quell’incantevole Slovenia che ho sempre amato profondamente. E subito dopo il congedo, il tuffo nel mondo del lavoro: un’agenzia marittima ad Ancona, dove ho imparato l’inglese “di strada” parlando con i comandanti stranieri delle navi, e quel secondo impiego, venuto per caso, che amavo follemente come agente esterno della SIAE.
Erano gli anni in cui ci si sentiva dei piccoli “dei”, o almeno io mi sentivo tale perchè avevo un lavoro bellissimo al porto di Ancona ed un secondo lavoro che mi permetteva di conoscere il mondo della notte. Il Ballantine’s era sempre pronto sul bancone, i giri infiniti tra i locali di Ancona, Fano, Pesaro e Rimini non finivano mai dopo il mio turno. Lavoravo tantissimo, forse troppo, con quella fame di fare che ti porti dentro dalla nascita, mentre fuori il mondo correva veloce verso il nuovo millennio che mi avrebbe serbato tante sorprese. Nella mia Golf Memphis 1600 grigio scuro (fighissima, diciamolo) risuonavano i Pet Shop Boys con Always on My Mind, la voce struggente di Sinéad O’Connor e l’energia inarrestabile di Madonna. Ero felice e, quel che più conta, avevo la consapevolezza di esserlo.
Tutto questo per dire che la buona televisione è quella che non si limita a informare, ma funge da specchio. Grazie a Monica Fabbri per aver saputo dipingere l’uomo dietro la maschera politica di Marco Podeschi e per avermi regalato un istante di pura nostalgia. Mi ha ricordato quel Marco Severini che, tra uno sciopero, un ufficio marittimo e una notte in discoteca, e con gli eventi che sarebbero venuti costruiva l’uomo di oggi.
In un Paese che spesso affoga in finzioni diplomatiche e comunicati sgrammaticati, un po’ di “personale” è esattamente ciò che ci serve per ricordarci di essere umani. Tutti.
Grazie Monica,
Marco Severini











