Le tasche delle famiglie italiane si riempiono lentamente, ma il terreno perduto negli ultimi diciassette anni non è stato ancora recuperato. I dati aggiornati diffusi oggi dall’Istat fotografano un reddito medio annuo per nucleo familiare pari a 39.501 euro nel corso del 2024, in crescita rispetto all’anno precedente sia in valore nominale, con un incremento del 5,3 per cento, sia al netto dell’inflazione, con un progresso reale del 4,1 per cento. Tuttavia, confrontando questo dato con il 2007, il potere d’acquisto effettivo delle famiglie risulta ancora inferiore di quasi cinque punti percentuali.
A destare maggiore preoccupazione è il persistente fenomeno della povertà lavorativa. L’istituto di statistica ha rilevato che nel 2025 un lavoratore su dieci tra i diciotto e i sessantaquattro anni si trova in condizione di rischio nonostante un’occupazione stabile, con un’incidenza del 10,2 per cento sostanzialmente invariata rispetto al 10,3 registrato dodici mesi prima. Il dato evidenzia come avere un impiego non rappresenti di per sé una garanzia contro la fragilità economica.
L’analisi restituisce un quadro articolato sotto il profilo di genere. Le lavoratrici mostrano un’esposizione al rischio sensibilmente più contenuta rispetto ai colleghi maschi, con un 8,2 per cento femminile contro l’11,7 maschile. La spiegazione, secondo i ricercatori, risiede nel fatto che le donne rappresentano frequentemente la seconda fonte di reddito all’interno del nucleo, cosicché una retribuzione individualmente bassa non si traduce automaticamente in una condizione di indigenza familiare complessiva.
Il divario più marcato riguarda la cittadinanza: tra i lavoratori stranieri il rischio di povertà schizza al 25,9 per cento, un valore oltre tre volte superiore rispetto all’8,3 riscontrato tra gli occupati italiani.
La composizione del nucleo familiare incide in modo determinante sulla vulnerabilità economica. I single registrano un’incidenza del 13,3 per cento, che scende al 4,2 per le coppie senza prole. La presenza di figli amplifica progressivamente il pericolo: dal 7,8 per cento nelle coppie con un solo figlio fino al 16,7 in quelle con tre o più minori a carico. Un argine efficace è rappresentato dalla pluralità di stipendi in entrata: nelle famiglie con un unico percettore l’indicatore tocca il 20,4 per cento, mentre precipita al 5,7 laddove i redditi provengano da almeno tre componenti.
L’Istat ha infine precisato la metodologia adottata, spiegando che viene considerato a rischio di povertà lavorativa soltanto chi ha prestato attività professionale per oltre metà dell’anno solare. Questa definizione restrittiva esclude pertanto dal computo tutti coloro che presentano percorsi occupazionali discontinui e frammentati, soggetti che per la loro stessa natura sono maggiormente esposti a bassi livelli retributivi.













