San Marino. Don Mangiarotti: ”Attiva-Mente, su questo sono d’accordo”

«Io sono figlio di una nazione, che ha vissuto le più grandi esperienze della storia, che i suoi vicini hanno condannato a morte a più riprese, ma che è sopravvissuta e che è rimasta se stessa.

Essa ha conservato la sua identità ed ha conservato, nonostante le spartizioni e le occupazioni straniere, la sua sovranità nazionale, non appoggiandosi sulle risorse della forza fisica, ma unicamente appoggiandosi sulla sua cultura. Questa cultura si è rivelata all’occorrenza d’una potenza più grande di tutte le altre forze»: così proclamava Giovanni Paolo II all’UNESCO, il 2 giugno 1980, per dare le ragioni di quel cammino dell’umanità che ha reso possibile l’esperienza della libertà in un contesto oggettivamente difficile. È sempre questione di una posizione culturale quella che consente all’umanità di progredire o di fallire.

Ripensavo a questo giudizio leggendo – come il mio solito – il Comunicato Stampa dell’Associazione Attiva-Mente pubblicato recentemente. Così l’Associazione si esprime: «Fine vita e disabilità: allargare lo sguardo per non smarrire il senso vero.

  • Il punto è che ogni scelta legislativa racconta un’idea di società, racconta quanto una comunità sia disposta a investire nel sostenere la vita, soprattutto quando diventa più complessa, più fragile, più esigente.

  • Eppure, all’interno del confronto, non si è levata alcuna voce sul diritto di garantire, prima di ogni altra cosa, le condizioni per vivere con dignità, autonomia e libertà; non si è fatto riferimento a quell’insieme di diritti e strumenti che potrebbero rendere concreta l’autodeterminazione nella vita quotidiana. Come se il diritto a scegliere come morire potesse essere affrontato senza interrogarsi, con la stessa profondità, sul diritto di ciascuno ad avere il controllo delle scelte che riguardano il proprio vivere.

  • Alla fine, per concludere questo nostro modesto contributo al dibattito, il modo in cui una società affronta il tema del fine vita dice molto di quella società, ma ciò che dice ancora di più è ciò che quella stessa società fa, o non fa, per garantire alle persone le condizioni per vivere.»

Su questi punti mi trovo d’accordo, e cerco di spiegare il perché, nella consapevolezza che è sempre più necessario trovare punti di incontro tra coloro che hanno a cuore il bene comune, e che un impegno per costruire una società a misura d’uomo deve superare ostacoli e ideologismi. E ritengo che su questo tema sia stato importante il confronto che in Repubblica si è realizzato. Questo apre un lavoro comune i cui fattori non vanno trascurati.

Riprendo sinteticamente le ragioni di un consenso comune.

  • Ho imparato da mio padre a stimare coloro che da cattolici hanno mostrato la ragionevolezza della fede. E spesso ho sentito riportare le affermazioni di Giorgio La Pira. Egli così introduceva il suo testo sulle Premesse della politica: «La politica, l’economia, il diritto, in genere tutti gli organismi sociali e civili si svolgono sempre, in ultima analisi, in funzione di una concezione determinata dell’uomo… L’idea fondamentale è dunque, questa: ogni dottrina politica ed ogni costruzione politica – si intende qui per politica la scienza e la prassi architettonica dello Stato – hanno la loro base in una determinata metafisica (Weltanschauung, “visione del mondo” o concezione della vita).» Gli amici di Attiva-Mente suggeriscono che «ogni scelta legislativa racconta un’idea di società», per questo dobbiamo chiederci (e forse non ce lo siamo chiesti abbastanza nel caso della legislazione sull’aborto nella nostra Repubblica) quale tipo di società e di uomo vogliamo realizzare. Così forse riusciremmo a capire il senso della cosiddetta autodeterminazione, che mette in secondo piano il principio della assoluta indisponibilità della vita umana.
  • Quali sono le condizioni «per vivere con dignità, autonomia e libertà»? Porsi questa domanda significa spezzare il vincolo della «morte con dignità» e impegnarsi a costruire rapporti umani che consentano di dare all’espressione «dignità della vita» le giuste dimensioni. Credo sia urgente e necessario che una società che si vuole espressione di quella «Antica terra della libertà» ritrovare le ragioni della libertà stessa, che non è principalmente «libertà da» ma, come ha sempre ricordato Giovanni Paolo II, «libertà per». Non abbiamo fretta di togliere di mezzo chi mostra la sua fragilità, ma vogliamo che ogni uomo, in qualunque situazione e condizione viva, sia amato e rispettato per quello che è. E se una volta lo slogan commovente (rilanciato da Paolo VI) era «Ogni uomo è mio fratello», oggi chiediamo che questo giudizio diventi carne e sangue di amore e accoglienza. Perché ogni uomo non è «essere per la morte» ma una promessa di vita, da custodire e servire con amore.
  • E se «il modo in cui una società affronta il tema del fine vita dice molto di quella società», desideriamo che proprio San Marino dica, anche con le sue leggi, le giuste condizioni per vivere. Il dibattito in corso sul fine vita non può dimenticare questi fattori indispensabili. Vogliamo una società che, soprattutto che oggi si affaccia all’Europa con il suo volto, sappia testimoniare quell’umanesimo originale che negli anni l’ha caratterizzata, come accoglienza e rispetto, come faro di un modo umano di costruire i rapporti tra gli uomini.

Nel cammino comune della nostra esperienza umana desideriamo riconoscere quegli «uomini di buona volontà» che Papa Giovanni XXIII considerava interlocutori e compagni nel cammino della giustizia e del bene.

Il tempo che verrà ci farà vedere se siamo insieme per un bene più grande o per progetti senza speranza.

Noi siamo da sempre per una cultura che salva e difende la verità e la libertà di ogni uomo.

don Gabriele Mangiarotti