“Contesto mutato, serve dibattito”: il governo ora frena sul Mes

Giancarlo Giorgetti cambia rotta sul Mes e ora si dichiara più attendista sulla ratifica delle modifiche al fondo salva-Stati negoziato dal governo Conte II e mai ratificato dalla maggioranza del governo Draghi.

Non una chiusura definitiva: ma se il ministro dell’Economia e delle Finanze all’inizio del mandato non aveva escluso una svolta in tal senso ora prende tempo e chiede un confronto nei due rami del Parlamento italiano: “Siamo coscienti dell’impegno assunto dall’Italia e che allo stato tutti gli altri Aderenti abbiano proceduto alla ratifica, ma alla luce dei dati fattuali prima ricordati emerge con chiarezza la necessità che la decisione di procedere o meno alla ratifica del Trattato sia preceduta da un adeguato e ampio dibattito in Parlamento“: così il deputato varesino ha risposto al question time sul Mes alla Camera.

Giorgetti ricorda come il Mes sia “stato previsto quale strumento di salvaguardia della stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso e di sostegno alla stabilità dei Paesi aderenti all’Unione europea, che dovessero trovarsi in gravi difficoltà finanziarie“. La fase di discussione della modifica si è sovrapposta con il dibattito sul Mes “sanitario”, la linea di credito la cui adozione era chiesta con forza da Partito Democratico e Italia Viva e frenata dal Movimento Cinque Stelle ai tempi del Conte-bis. Sia sulla riforma che sul Mes sanitario la Lega di Giorgetti e Fratelli d’Italia, guidata dall’attuale premier Giorgia Meloni, si sono sempre pronunciate contrarie ritenendoli un vulnus alla sovranità nazionale.

Giorgetti tiene un profilo basso ma vuole motivare il fatto spiegando che il governo Meloni non ha stracciato alcun disegno di legge di ratifica della modifica del Mes, non previsto né dal Conte II nella sua fase terminale né dal governo Draghi di cui era ministro dello Sviluppo Economico. “Tale dato appare importante anche in considerazione del fatto che a far data dal 18 gennaio 2022 tutti gli aderenti tranne l’Italia e la Germania avevano proceduto alla relativa ratifica“, ha aggiunto Giorgetti.

Di recente il via libera della Corte di Karlsruhe alla modifca del Mes ha aperto alla prospettiva che Berlino ratifichi il nuovo trattato lasciando sola l’Italia. Il 7 novembre scorso Giorgetti alla Commissione Bilancio della Camera ha dichiarato di voler aspettare la Corte Costituzionale tedesca prima di scegliere la linea ideale per l’Italia. Arrivata la sentenza, è giunta anche la posizione attendista italiana. Motivata dai diversi malumori sul Mes interni a Lega e Fdi.

La richiesta dell’Italia è ora, nota Giorgetti, quella di cambiare “un’istituzione in crisi e per il momento in cerca di una vocazione. In parte per colpa sua, in parte no, è un’istituzione impopolare“, ha dichiarato. Il Mes ” deve trasformarsi in un volano per il finanziamento degli investimenti e per il sostegno per affrontare sfide come quella del caro energia e della crisi internazionale connessa alle vicende ucraine, rivedendo le condizionalità attualmente previste ovvero le modalità di utilizzo delle risorse“.

Contrari a questa linea i pasdaran del Mes, Azione e Italia Viva. Per l’ex forzista Mariastella Gelmini solo un mese fa il ministro dell’Economia rassicurava: “Sì al Mes”. A questo punto, ne deduco che l’Italia non ratificherà il trattato istitutivo e sarà l’unico Paese europeo a non farlo“, ha ammonito su Twitter l’ex ministra azzurra, vicepresidente di Azione. Per Luigi Marattin, deputato di Italia Viva, “se il problema è un dibattito parlamentare, noi siamo prontissimi. Ma resta il fatto che le parole pronunciate oggi sono gravi. Spero solo che in Europa non siano state ascoltate“.

Marattin alza i toni, ma la realtà dei fatti è chiara. Di Mes in Italia la maggioranza non vuole sentir parlare. A meno che non venga promossa una nuova modifica dei trattati che peraltro Mario Draghi (“il nostro Mes”, per Italia Viva) aveva promosso a Emmanuel Macron aprendo la strada a fare dell’organizzazione del Lussemburgo l’Agenzia europea del debito. Un uso più strategico e che impone nuove e più strutturate riforme, non semplici proclami da “Sì Mes” a prescindere.


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