Anm contro Nordio, toghe rosse divise

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  • Dalla separazione in casa al divorzio definitivo. Le toghe rosse si spaccano proprio nel giorno in cui l’Anm si sveglia e attacca il ministro della Giustizia Carlo Nordio dopo l’annunciata stretta sulle intercettazioni («sono uno strumento, non una prova. Guardate il caso Quatar»), la separazione delle carriere e la fine dell’obbligatorietà dell’azione penale, trovando il plauso di Silvio Berlusconi («È sulla strada giusta»). «Non c’è nulla di liberale nelle riforme costituzionali che il ministro Nordio sta annunciando», sibila il presidente Anm Giuseppe Santalucia, quello sulle intercettazioni è un «attacco a freddo». Enrico Costa (Azione-Iv) replica ad alzo zero: «Cosa c’è di liberale nell’avere intercettazioni spiattellate sui giornali, pm gemelli dei giudici, abuso disinvolto di custodia cautelare, presunzione d’innocenza calpestata e indagati trattati come colpevoli, magistrati fuori ruolo nella pancia dell’esecutivo?».

    Ma a fare rumore è la rottura definitiva tra le toghe più rosse, Area e Magistratura democratica. A pronunciare la sentenza di divorzio sono stati Silvia Albano, Mico Santoro e Stefano Celli, che durante la riunione di ieri del parlamentino delle toghe hanno attribuito la rottura «alle modifiche statutarie approvate dall’assemblea di AreaDg» dello scorso 4 dicembre. Finisce così un matrimonio forzato, nato nel 2010 e crepato dopo che lo scandalo rivelato da Luca Palamara aveva sfiorato alcuni capataz della magistratura rossa come Giuseppe Cascini. I veleni del caso Piercamillo Davigo-Sebastiano Ardita avevano poi tracciato un solco insanabile tra Area e Md. Tra l’altro, la magistratura italiana non sta toccando palla sul caso Qatar, come se traffici di influenze e giri di mazzette fossero passati inosservati dalle Procure teoricamente coinvolte. Secondo una fonte che conosce bene le trame delle toghe «Md vuole marcare le distanze da Area, troppo accentratrice per puro potere e troppo spostata in ottica binaria di mera contrapposizione con Nordio, anche per tenersi le mani libere su alcune riforme», soprattutto con Magistratura indipendente (con cui ci sarebbero continui contatti in corso) e, perché no, sulla futura composizione del Csm, rinviata ai primi di gennaio causa ingorgo istituzionale tra commissioni, Pnrr e manovra di bilancio. Un’ipotesi confermata anche dalla scelta di Md di correre da sola alle elezioni dei togati che ha portato all’elezione di Domenica Miele al plenum di Palazzo dei Marescialli. I futuri equilibri dell’organo di autogoverno delle toghe sono in mano a Mi sul fronte toghe e al centrodestra, che ufficialmente non ha ancora trovato la quadra sulla figura del vicepresidente. Giorgia Meloni non fa mistero di voler puntare su Giuseppe Valentino. La carta dell’ex Guardasigilli Marta Cartabia, benedetta dal Pd e dal Quirinale, potrebbe sparigliare gli accordi nel centrodestra che ha in mente Fratelli d’Italia, con il candidato di Azione-Italia Viva a blindare un asse centrodestra-Mi in grado di governare il Csm per i prossimi cinque anni. Ma l’accordo è ancora in alto mare.


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