Antonio Manzini, quando la giustizia non basta

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  • ANTONIO MANZINI, GLI ULTIMI GIORNI DI QUIETE (SELLERIO, PP 240, EURO 14). Incontrare per caso sul treno l’assassino di tuo figlio. E’ quello che succede a Nora su un Interregionale e il dolore torna a farsi potente. Si apre con una scena forte il nuovo romanzo di Antonio Manzini, ‘Gli ultimi giorni di quiete’, che arriva in libreria il 22 ottobre per Sellerio. Rocco Schiavone non c’è, ma ritroviamo i dilemmi morali, le ferite, amplificate fino a diventare abissi, che caratterizzano le storie del vicequestore romano.
        Cos’è la giustizia per una madre e un padre che hanno perso un figlio? E’ giusto che un assassino si rifaccia una vita? Esiste un prezzo equo da pagare? Un castigo sufficiente? Come sempre Manzini non da risposte, ma lancia una serie di domande per riflettere con i lettori.
        “Questa storia mi girava nella testa da tanto tempo, da quando nei treni c’erano ancora gli scompartimenti. Lo spunto è stato il racconto che mi fece un signore della sua esperienza: aveva incontrato in treno l’assassino di suo figlio. Ho cominciato a riflettere e il desiderio di raccontare questa storia continuava a tornare, a girarmi nella testa. E poi ogni tanto scappo, devo prendermi una pausa da Rocco Schiavone, mi devo distrarre da lui. E’ bello raccontare anche altro” dice all’ANSA Manzini.
        Vittime e carnefici sono a confronto nel romanzo. “La legge è l’applicazione ferma di un principio, ma non mette d’accordo, non è coinvolta in prima persona. Manca e mancherà sempre il senso profondo della giustizia. Una storia cambia a seconda dei punti di vista, come in Rashomon di Akira Kurosawa. Trovare la quadratura del cerchio è impossibile, c’è sempre qualcuno che resta insoddisfatto, per forza. Anche se una regola nella società bisogna trovarla. Quando non c’è la certezza della difesa dei propri diritti crolla tutta la società, non solo a livello economico ma antropologico. E’ quello che sta accadendo in Italia da anni. Una causa di lavoro può andare avanti dieci anni, intanto la persona coinvolta può essere morta” sottolinea Manzini.
        Dal giorno della morte del suo unico figlio, Corrado, assassinato durante una rapina, Nora non si da pace. La sua vita è stata distrutta e anche il rapporto con suo marito Pasquale è ridotto ai minimi termini. Adesso dovrà dargli la terribile notizia che Paolo Dainese, l’uomo che ha ammazzato il loro figlio, non è in prigione a scontare la sua pena ma ha viaggiato su un treno, accanto a lei. Nora ha cercato di seguirlo, è scesa di corsa dal vagone per non perdere le sue tracce, ma è stata una rincorsa inutile. Tornata a casa ha cominciato a elaborare strategie, si è trasformata in detective, ma senza coinvolgere il marito che però, a sua volta, si è mosso, è andato a cercare una pistola. E Paolo che ora sta con una parrucchiera, cosa farà? “Questa persona ha il diritto di rifarsi una vita? Secondo lo Stato italiano, sì. Ma la madre di Corrado come vede tutto questo dato che suo figlio non c’è più? In prima persona la giustizia non può mai parlare” dice lo scrittore che mette in scena le reazioni di queste tre persone. “C’è il punto di vista di tutte e tre. Anche Paolo ha le sue ragioni e nonostante sia il mostro va ascoltato. E’ un uomo che ha sbagliato, ha fatto una rapina, altra cosa sarebbe se fosse un killer di professione della camorra” sottolinea Manzini.
        Alla fine questa “è una lotta fra poveri. Paolo è un poveraccio e Nora e Pasquale sono due persone normali e come sempre esistono due giustizie come due sanità a seconda del ceto sociale” spiega Manzini.
        Comunque, “non è compito dei romanzieri dare risposte” spiega.
        La ricerca “e’ il nucleo fondante di qualsiasi libro o genere rosa, giallo. I personaggi sono sempre ad un bivio e stanno cercando qualcosa, se stessi, l’amore, un assassino. Il Don Chisciotte è una ricerca di mille pagine, lo è l’Orlando Furioso. Se non c’è ricerca non c’è movimento” spiega lo scrittore che ha vissuto il lockdown in campagna, dove vive.
        “Il deserto non lo ho percepito perchè non vivo in città e per me non è cambiato molto. Ma l’emergenza sanitaria mi da molta ansia, anche per le persone vicino a me. Non ci sarà lavoro chi sa per quanto tempo per molte persone e anche i ragazzi sono stati massacrati da questa malattia. Qualcosa di buono il covid però lo ha portato come lo smart working che predico da anni e che può liberare le città e far crescere i quartieri dormitorio.
        Il centrifughismo è positivo. E credo sia questo il nostro futuro” racconta. A scrivere un romanzo sulla pandemia “non ci ho mai pensato, magari fra qualche anno. Ma spero non si mettano tutti a scrivere sul Covid, sarebbe noioso. Certo non si potrà ambientare un romanzo nel 2020 senza il Covid” spiega.
        “Coraggiosamente quest’estate hanno girato, sfidando il virus, due puntate di Rocco Schiavone e sono pronti ad andare in onda, credo a novembre su Rai2” annuncia lo scrittore che sta anche cominciano a scrivere un nuovo libro con il suo vicequestore.
        “Ricomincio con calma, da zero” dice pensando alla prossima raccolta delle olive. (ANSA).
       


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