Autunno freddo

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  • Ci penserò domani. È così che, ancora una volta, l’Europa, di fronte a un problema vero, di quelli che ti cambiano la vita quotidiana e li senti sulla pelle e dentro le ossa, preferisce soprassedere. Non c’è fretta. La fame di gas non è mica un’emergenza. Non serve affannarsi in estate, magari ci si rivede in autunno per valutare che aria tira. Ognuno, nel frattempo, fa per sé e si organizza come gli conviene. Non è neppure il caso di far innervosire ancora di più Putin, che sta chiudendo i rubinetti con una strategia chirurgica: non a tutti nella stessa misura. È la discordia il suo obiettivo. L’Europa, sostiene, è solo un’illusione. È una fiera litigiosa di Paesi dove ognuno pensa al proprio tornaconto. Berlino insegue le sue paure, i Paesi Bassi i loro affari, Parigi come al solito quando serve si addormenta. E Roma? Roma questa volta ci ha provato. Mario Draghi ci ha provato a fissare per luglio un appuntamento per concordare un prezzo massimo di acquisto. Non andiamo in ordine sparso. L’emergenza energetica, figlia della guerra in Ucraina, richiede una strategia comune. Unione europea. Non è così che si è battezzata? Allora è proprio adesso che bisogna fare capire che ci si muove come un soggetto compatto. È l’unico modo per non uscirne in ginocchio. L’Unione europea ha senso davanti alle grandi emergenze. Ci ha provato con i flussi migratori. Niente. Con la difesa comune. Niente. Con le tasse per le multinazionali. Niente. Con la pandemia. Insomma, lì almeno si è arrivati al Next Generation, ma è già un ricordo. Con l’inflazione. Un disastro. È chiaro che l’Europa fatica a sentirsi Europa.

    La risposta è quasi surreale: ottobre. È un modo per spostare il problema più in là, sperando che il caso e il destino ci mettano una mano. Draghi ha incassato il colpo. «No, non sono deluso». Come a dire che un po’ se lo aspettava. Spera che i fatti gli daranno ragione. Spera che i miopi alla fine vedranno la tempesta a un metro dal proprio muso. «Ottobre potrebbe essere tardi, ma se la situazione si aggravasse ci sarà un consiglio prima». Quando? E chi lo sa. Magari a Ferragosto. E per fare cosa? Neppure questo si sa. La realtà è che l’Europa è un corpo troppo grande e senza testa. Draghi resta il personaggio più autorevole, ma la sua figura è appesantita dal debito pubblico italiano e da un clima politico che ha come solo orizzonte le elezioni del prossimo anno. Macron è messo anche peggio. Scholz è un cancelliere sbiadito. Il massimo che poteva fare Draghi lo ha raggiunto con l’Ucraina. Kiev ha ottenuto la candidatura per entrare nell’Unione. La speranza è che ci sia ancora qualcuno in grado di intendere e di volere.

    Il rischio è che la carovana dei Paesi europei si stia suicidando con il gas.


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