Il Segretario di Stato alle Finanze risponde all’interpellanza presentata dai Consiglieri Mancini, Foschi, Morganti, Selva 28/02/2012
Gli interpellanti hanno chiesto se è ancora in atto un’indagine sulla oscura vicenda consumatasi nel 2001 per la quale la prescrizione manderà liberi i responsabili
La risposta del Segretario alle Finanze Pasquale Valentini conferma l’ipotesi avanzata da quattro consiglieri dell’opposizione che hanno voluto sapere se la cifra iscritta fra le immobilizzazioni immateriali di Banca del Titano per circa 10 miliardi di lire fosse giustificabile in relazione ai servizi che la finanziaria Gefin aveva a suo tempo fatturato per promuovere l’avviamento della banca stessa. Tenuto conto del controllo esercitato dalla Gefin sulla Banca del Titano, delle sinergie fra la finanziaria e la banca nell’avviare l’attività, ma sopratutto del modesto livello della raccolta totale maturata nel periodo in oggetto, “si può convenire – scrive il Segretario alle Finanze – che i costi pluriennali capitalizzati da Banca del Titano per oltre 9 miliardi di lire per aummontare e causale non risultano giustificati da idonea documentazione”. La denuncia dei consiglieri trova conferma quindi nelle parole del membro di governo e mette in rilievo come dal patrimonio della banca siano stati pagati conti che non trovano giustificazione di carattere economico. L’ombra che quei fondi siano stati utilizzati per pagare tangenti o spese diverse volute comunque dalla politica, diventa quindi immediata. La memoria di quei giorni riporta alla vicenda Nuova Rete e alla possibilità di diffondere il segnale della televisione di Stato sul territorio italiano. L’emittente italiana venne infatti all’epoca misteriosamente acquistata e non si capisce con quali fondi e quale ruolo dovesse svolgere in sinergia con la tv pubblica. Il patrimonio della Banca del Titano come è noto nel momento della sua cessione al gruppo che poi trasformò in Smib la denominazione sociale, dovette essere ripianato con l’intervento dello Stato che per non far fallire la banca si assunse un debito di 14 milioni di euro di cui ancora si discute.
Il caso è ritornato all’attenzione delle cronache poichè il giudice d’appello David Brunelli ha annullato la sentenza di primo grado che condannava alla prigionia gli amministratori per un vizio nella formulazione dell’accusa.
La riapertura dell’inchiesta però ha definitivamente fatto trascorrere i tempi tecnici che hanno mandato in prescrizione la maggior parte dei reati. Davide Grazioni – Sm World
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