Banderas, i 60 anni di Zorro tra dolore e gloria

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  • ROMA – Se c’è un luogo in cui Josè Antonio Domínguez Bandera, conosciuto in tutto il mondo come Antonio Banderas, ha diritto di festeggiare un compleanno che non si dimentica – i suoi 60 anni domani – questo è Malaga dove è nato il 10 agosto del 1960 da padre poliziotto e madre insegnante, mentre cadevano le stelle nella notte di San Lorenzo. Malaga è la culla, Malaga è il rifugio, Malaga è la città del cuore. Da qui è partito a 19 anni con in tasca il diploma della scuola d’arte drammatica e la delusione per una mancata carriera da calciatore nel club cittadino a causa di una frattura al piede.

    Cercava fortuna sui palcoscenici di Madrid e mentre si guadagnava il pane tra arte e mestiere (è stato anche modello e cameriere) la sorte gli fa incontrare un fratello maggiore d’elezione, Pedro Almodovar, già definito il talento nascente del dopo-Franco grazie al suo folgorante esordio con “Pepi, Luci, Bon y las chicas del monton” del 1980. Tra i due la corrispondenza artistica è immediata e nel 1982 sono insieme sul set di “Labirinto di passioni”. A Banderas viene assegnato un piccolo ruolo, quello del terrorista Sdec che ha una fugace storia d’amore con Riza Niro, il monarca in esilio estrosamente ispirato allo Scià di Persia: un destino singolare per l’attore che diverrà un sex symbol amato dalle donne di mezzo mondo: “E’ buffo – dice di se stesso – ma nei miei oltre 100 film sono stato più spesso omosessuale che latin lover. E certamente non lo sono nella vita di tutti i giorni. Invece mi sono fatto una fama di seduttore che ormai accetto senza imbarazzo, ma la trovo sempre vagamente surreale”.

    Nonostante tanto cinema, spesso scelto senza criterio sulla rotta Madrid-Hollywood, Antonio Banderas si porta da sempre il teatro nel cuore: affermato e ricco, non ha esitato un momento quando gli hanno proposto di tornarci da maestro e produttore: qualche anno fa ha fondato la sua Accademia, il Teatro del Soho Caixa Bank di Malaga dove studiano 600 ragazzi di tutta la Spagna e un anno fa vi ha allestito la sua versione di “A Chorus Line”. Le collaborazioni con Almodovar sono per ora sette (più un cameo) e scandiscono la sua carriera: c’era in “Matador” e ne “La legge del desiderio”, si è conquistato l’attenzione internazionale con “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” (1988) e dopo “Legami” dell’anno successivo ha lasciato l’Europa per l’America grazie all’immagine che il suo pigmalione gli aveva cucito addosso: un mix di testosterone, gentilezza, forza ironica e istrionismo controllato. Ma nel 2011 da Almodovar è tornato (“La piel che habito”) per ricostruire un legame con le sue radici e otto anni dopo – facendosi “doppio” del suo maestro davanti alla cinepresa – ha conquistato con “Dolor y Gloria” prima la Palma d’oro a Cannes e poi la nomination all’Oscar (una primizia nel suo palmarès). Nel frattempo era diventato una promessa e poi un “valore sicuro” del cinema d’evasione di stampo hollywoodiano. Ha lavorato con i grandi come Jonathan Demme (l’applaudito “Philadephia” ancora nei panni di un gay), Neil Jordan (“Intervista col vampiro”), Alan Parker (“Evita”), De Palma (“Femme fatale”), perfino Woody Allen (“Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni”), ha stretto un’amicizia di ferro con Robert Rodriguez da “Desperado” a “Spy Kids”, ha attraversato tutti i generi (pur con la nostalgia di aver fatto più action che comedy), ma è con “La maschera di Zorro” (1998) di Martin Campbell che è diventato una vera star. Nonostante il fallimento del sequel, quel film è ormai il suo marchio di fabbrica e i duetti con Catherine Zeta Jones da un lato e Anthony Hopkins dall’altro sono ormai leggenda.

    Bello e mediterraneo, ironico e atletico, romantico e fragile, seduttivo e gentiluomo, Antonio Banderas domina la scena americana all’inizio del XXI secolo. Lo aiuta anche l’incrollabile storia d’amore con Melanie Griffith, la paternità della bella Stella (divide la scena con lei e la moglie nella sua prima regia “Pazzi in Alabama”, 1999), l’affetto sempre mostrato per la figliastra Dakota Johnson. Una leggenda nella leggenda che si romperà nel 2015 quando Banderas cambierà partner per la terza volta (in Spagna aveva sposato giovanissimo l’attrice Ana Leza) unendosi all’olandese Nicole Kimpel che oggi gestisce la sua vita e gli è stata vicina nel 2017 dopo un pericoloso infarto.

    Estroso, vitale, leale, curioso, Antonio Banderas è un attore che ha sempre amato sfuggire alla costrizione del modello che lo caratterizza. Anche per questo ha accettato di buon grado di diventare caricatura di se stesso prima come Gatto con gli Stivali in “Shrek” (in cui ha doppiato il suo sosia animato sia in inglese e spagnolo che poi in italiano) e poi con la chiacchierata serie dei commercial del “Mulino Bianco”. C’è uno spiritello inquieto che lo accompagna sempre sul set e che gli ha fatto dare il meglio di sé in pellicole non sempre perfette (come il bellissimo noir apocalittico “Automata” di Gabe Ibanez del 2014, ma anche il coraggioso “Panama Papers” di Soderbergh nel 2019).

    Adesso ha in rampa di lancio un altro film che sembra ricalcare le sue scelte di sempre: cinema di spettacolo puro, senza grande inventiva, in attesa delle occasioni di qualità che una volta di più verranno dalla sua Europa: il travagliato “The new Mutants” in uscita dalla scuderia Marvel ma troppe volte rimandato per non suscitare qualche dubbio. Meglio scommettere su “Competencia official” della promettente coppia Mariano Cohn-Gaston Duprat in cui duetterà con un’amica di lunga data come Penelope Cruz. Hanno voglia entrambi di conferma e potranno tornare a splendere insieme con una commedia adrenalinica ambientata nel mondo del cinema. Per Antonio si tratta di giocare in casa. C’è aria di conferma dopo il gran ritorno di “Dolor y gloria”?


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