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Lo Scudetto della redenzione per l’Olimpia Milano arriva 372 giorni quel terribile 0-4 di Bologna che aveva lasciato fantasmi anche nella testa di un vincente come coach Messina, al quinto tricolore con tre squadre diverse come solo Bianchini e Recalcati. E l’invasione di campo con cui il pubblico, una mastodontica marea rossa, celebra la proprietà (al quarto scudetto in 8 anni), la squadra, lo staff è la sublimazione di una paura ormai dissolta, trasformata in pura gioia. Un trionfo reso ancora più dolce perché arriva come risposta granitica all’indomani delle accuse del patron Zanetti contro gli arbitri e la presunta “sudditanza psicologica”, dichiarazioni considerate irricevibili dalla galassia Olimpia.
“Noi non eravamo certo soli contro tutti – la punzecchiatura di Messina, in riferimento alle parole del CEO della Virtus Luca Baraldi – avevamo il nostro gruppo, il nostro pubblico. Non bisogna mai festeggiare contro qualcuno ma festeggiare solo con chi ti vuole bene”. Non c’è storia in gara6, chiusa nettamente 81-64: Bologna resta avanti per un possesso, al 1′ dopo la tripla del 3-2 di Shenghelia. Milano, caricata a molla da un pubblico infuocato, inizia come una furia: dopo 11′ è sul +11 (32-16) e solo un moto di orgoglio di Hackett, Alibegovic e Jaiteh riporta Bologna a contatto (-5, 39-34). Ma la Virtus è tradita dalle sue stelle: Belinelli e Teodosic molto opachi per tutta la serie. La seconda spallata di Milano dopo l’intervallo è quella buona: Bologna è lasciata a 10 punti nel terzo quarto e sprofonda a -27. L’ultimo quarto è accademia, garbage time. Piange in panchina Datome, al primo scudetto da protagonista e autore di una prova sublime (23 punti); Messina accoglie Rodriguez – probabilmente alla sua ultima per Milano, lo attende il Real – e Hines, i suoi pretoriani che hanno alzato il livello del progetto tecnico; il pubblico invoca Shields, mvp delle finali, e canta e balla con Melli che dedica il titolo alla figlia. Sorride Ricci che un anno fa aveva vinto il titolo da capitano della Virtus. Pozzecco, pronto a fare il ct full time della Nazionale, resta senza voce. Risuonano le note di “o mia bela Madunina”. Poi c’è solo l’invasione, con la sicurezza che non riesce a sgombrare il campo, e la coppa alzata da Armani che fa il paio con la Coppa Italia di febbraio. E’ la festa grande di Milano, 29 volte campione d’Italia, con la terza stella nel mirino.
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