I servizi tedeschi cercavano l’attentatore di Berlino da almeno sette mesi. La cellula in cui operava è stata decapitata a novembre. Ma il tunisino ha colpito lo stesso.
I servizi tedeschi cercavano Anis Amri, il tunisino che il 19 dicembre si è lanciato con un tir contro il mercatino di Natale diBerlino ammazzando dodici persone, da almeno sette mesi.
Secondo quanto rivelato dalla Wdr, lo scorso 10 maggio “la polizia criminale del Nordreno-Vestfalia classifica Anis Amri come individuo pericoloso”. La comunicazione, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, viene diramata anche all’Italia. Se Amri dovesse essere fermato in un semplice controllo stradale o identificato durante un’attività di indagine, alle nostre forze dell’ordine è chiesto di trattenerlo e segnalarlo alle autorità tedesche.
Amri, però, era un fantasma. Si è sempre mosso nell’ombra. Ed è rispuntato solo una settimana fa, quando alla guida di un tir ha falciato persone innocenti che passeggiano tra le bancarelle del mercatino di Natale. Adesso la Digos di Milano e il Bka, la polizia federale tedesca, sono al lavoro per colmare i buchi degli oltre sette mesi in un cui Amri è stato ricercato dai servizi di intelligence della Germania. Qualcosa, di sicuro, non ha funzionato. Resta da capire dove, come e quando. Per questo diventa fondamentale capire se il jihadista tunisino operasse all’interno di una cellula e se questa cellula avesse ramificazioni anche in Italia. Questo secondo punto servirebbe a spiegare la presenza di Amri a Sesto San Giovanni.
Una parte della cellula di Abu Walaa è ancora attiva. Si parla di una quindicina di estremisti. Ma la struttura dell’Isis è abituata a tagliare qualsiasi contatto con chi intraprende un’azione kamikaze. La presenza di Amri in Italia, insomma, fa presupporre che il tunisino cercasse altri contatti. Contatti che vivono nel Milanese e che, probabilmente, si è costruito quando si trovava nel centro di prima accoglienza in Sicilia o nelle nostre carceri. Il Giornale.it