“Berlusconi e il fax? Si può riaprire il caso se qualcuno lo nascose”

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  • Il giallo del fax sparito. “È una vicenda che dev’essere chiarita, io mi aspetto che si accerti come andarono le cose”.

    Carlo Nordio, uno dei magistrati più noti d’Italia, oggi in pensione, ha appena finito una lunga nuotata in piscina a Treviso, la sua città, ma subito ritorna a commentare i grandi eventi della cronaca e della politica.

    Il presidente Antonio Esposito ha spiegato al Riformista che lui non lesse in tempo il fax che avrebbe probabilmente cambiato i destini del processo al Cavaliere.

    «È curioso che su quella storia continuino ad affiorare dettagli inediti e meritevoli di approfondimento. Ora scopriamo che, se Esposito avesse visto in tempo quel fax, avrebbe ceduto le carte di quel dibattimento ad un altro collegio della sezione feriale, guidato da Amedeo Franco».

    Questo cosa significa?

    «Può darsi che si sia trattato di un errore, di una dimenticanza, di un disguido, ma anche no».

    Sappiamo che Amedeo Franco, a sua volta membro del collegio presieduto da Esposito, era convinto dell’innocenza del Cavaliere. O almeno aveva molti dubbi sul punto.

    «Capisco tutte le suggestioni e possiamo pure immaginare che una corte diversa avrebbe assolto Berlusconi, ma il passo da fare adesso è un altro».

    Quale?

    «Indagare per capire se qualcuno nascose deliberatamente quel fax che cambiava i tempi della prescrizione e di conseguenza il ritmo di quel fascicolo. Dobbiamo capire insomma se qualcuno – un giudice, un cancelliere o chiunque altro – impedì a Esposito di leggere quel documento importantissimo in quei giorni cruciali dell’estate 2013. Potrebbe esserci stato un falso per occultamento, insomma un comportamento doloso, un reato commesso all’insaputa di Esposito per mandare avanti quel collegio, quello che poi effettivamente condannò Berlusconi. Io credo che questa circostanza, svelata oggi proprio da Esposito, non possa rimanere come un mistero che aleggia su una sentenza così delicata e controversa. Fra l’altro, la scoperta di un eventuale falso potrebbe essere un primo passo, e sottolineo solo un primo passo, almeno in teoria, per avviare la revisione di quel verdetto».

    Certo, attorno a quella sentenza emergono particolari sempre più sconcertanti. Ha sentito l’audio con le confessioni del giudice Amedeo Franco?

    «Sì, Franco descrive un clima di pregiudizio contro Berlusconi fra i componenti del collegio della cassazione. È una denuncia gravissima, mai sentita, che lascia basiti, anche se a tratti oscura e confusa».

    Ma Franco è morto. Caso chiuso?

    «No, per dirla con i francesi, siamo davanti al morto che afferra il vivo. Esiste una registrazione credibile con la sua voce, ci sono altre testimonianze indirette del suo disagio, anzi della sua angoscia».

    Quindi?

    «Quindi qualcuno dovrebbe accertare perché Franco, un giudice autorevole, un giudice importante, addirittura il relatore di quella causa, si comportò in quel modo a dir poco sbalorditivo e sentì il bisogno di andare ad Arcore, a raccontare il proprio turbamento. Io credo che questo doppio accertamento, sul fax scomparso e poi recapitato fuori tempo massimo e sull’audio di Franco, sia doveroso. Certo, è singolare che la sentenza sia arrivata sette anni fa, ma le sorprese non siano finite».

    La sorpresa non c’è stata invece al Senato. Palazzo Madama ha consegnato ai giudici il destino di Salvini.

    «L’ho già detto e lo ripeto: per me il reato non c’è, ci sono solo cavilli e sofisticherie per dimostrare quel che é indimostrabile. Ma il dibattito al Senato, carte alla mano, ha fatto emergere in modo netto che il premier Conte sapeva quel che stava facendo il suo ministro».

    Una consapevolezza che ha conseguenze politiche?

    «Io mi limito a quelle giuridiche. Dunque, per me l’accusa di sequestro non regge, ma se dobbiamo prenderla per buona, allora la posizione del presidente del consiglio cambia».

    Lui dice che non era d’accordo con Salvini. Non basta?

    «Eh no. Il premier aveva il dovere di intervenire per evitare che quel reato fosse commesso».

    Ma se non l’ha fatto?

    «Allora diventa complice di quel sequestro e dev’essere messo sotto inchiesta insieme al capo della Lega. Insomma, Conte, in base all’articolo 40 comma 2 del codice penale, deve rispondere per concorso per omissione nello stesso reato».


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