BERSANI: “SUBITO UN ALTRO GOVERNO” – Carlo Bertini, La Stampa

L’obiettivo resta quello di un governo Monti con un’assunzione corale di responsabilità, ma lo scetticismo impera perché, per dirla con Bersani, «Berlusconi non è scomparso» e se si metterà di traverso sarà difficile evitare le urne. «Adesso, considerando la delicatissima situazione economica e finanziaria, è urgente che le dimissioni del presidente del Consiglio consentano di aprire una nuova fase. Ci riserviamo un esame rigoroso del contenuto del maxiemendamento alla legge di stabilità per verificare le condizioni che ne permettano, anche in caso di una nostra contrarietà, una rapida approvazione». E malgrado il tono solenne della nota serale dimostri la gravità del momento, l’umore di Pierluigi Bersani è alle stelle per aver centrato un obiettivo rincorso da un anno. Anche se il premier ha frapposto qualche variabile di non poco conto sullo scacchiere dell’opposizione, il leader Pd può dire di aver ottenuto in sostanza quanto chiesto al premier in aula e cioè «di prendere atto della situazione e rassegnare le dimissioni».

Prima conseguenza di quello che lo stato maggiore Pd considera «un risultato di portata storica», il congelamento della mozione di sfiducia delle opposizioni; che però viene lo stesso lasciata sul tavolo come una pistola carica in attesa di veder «formalizzate le dimissioni». Secondo, il Pd garantirà una tempistica «rapida», 15 giorni in tutto, per il varo della legge di Stabilità sul «modello di luglio», quando si approvò la manovra in pochi giorni senza troppi emendamenti e zero ostruzionismo. Terzo, scarse possibilità di un sì bipartisan alla legge di stabilità, che verrà valutato «dopo aver visto i testi», perché, spiega Bersani, «al momento non ci sono le condizioni per votarla, ma spero sempre in un miracolo…».

Che l’esito di questa giornata fosse stato messo nel conto dai vertici del Pd, lo dimostrano le parole di Veltroni dopo il voto sul Rendiconto, «non so cos’altro deve succedere, è inevitabile che vada a dimettersi»; e quelle di Bersani, che prima di leggere il Berlusconi serale, «per me si deve votare, ma lo deciderà il Quirinale», disegnava così i possibili scenari: «Una cosa è certa, io un governo di transizione lo vorrei con una maggioranza larghissima, diciamo 500 deputati, così ci capiamo. Lo so che è molto difficile…». Quindi lo dà uno a dieci? «No, è troppo poco, se dovessi scommettere lo darei 50 e 50 con le elezioni anticipate». Pure Di Pietro la pensa così, «invertendo l’ordine degli Scilipoti il risultato non cambia», tanto da rimarcare che l’Idv preferisce il voto anticipato. E Bersani cita le parole del commissario europeo Olli Rehn, per dire che bisogna fare presto, anche se nessuno è in grado di prevedere come finirà. Anche D’Alema, parlando in camera caritatis con alcuni dirigenti piddì, ammette che «se Berlusconi riesce a tenere tutti i suoi, il voto anticipato è più che probabile». E pur restando scettico sul «governissimo», Bersani non demorde: «So bene che ci vorrebbe il sì di una parte consistente della maggioranza. Ed è vero che non è semplice, visto l’atteggiamento del premier, per il gruppo Pdl dire sì a un governo di larghe intese. Ma anche dire no potrebbe col passar dei giorni diventare una strada troppo stretta pure per loro, che magari riceveranno qualche telefonata di chi gli dice che rischiamo grosso: basta sentire cosa hanno detto oggi da Bruxelles: “Ci vogliono interventi immediati, con questo o con un altro governo”», scandisce queste parole, il leader del Pd. «E noi dunque lavoriamo a questa prospettiva di un governo di transizione ma non abbiamo molti giorni di tempo da perdere. Sì, puntiamo a uno smottamento nel Pdl, perché qualcosa lì dentro sta succedendo…».