Bis di Saviano: insulta ancora e poi si lamenta

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  • Roberto Saviano è unico e irripetibile nei suoi deliri, anche se in realtà, ama ripeterli. Dopo aver teorizzato che uno scrittore, in quanto tale, può dare della «bastarda» a Giorgia Meloni ora, a margine del processo che lo vede imputato per diffamazione nei confronti della premier, ha ribadito che lui quell’insulto lo ripeterebbe anche oggi: «Utilizzerei ancora quel termine dinanzi a quelle immagini con la morte di un bambino in mare», ha detto il recidivo poco prima di indossare i panni del martire in difesa della libertà. Non la sua ovviamente, visto che è libero di attaccare chi gli pare in tv e sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Probabilmente vuole difendere l’inviolabile libertà degli scrittori di sinistra di insultare gli esponenti di centrodestra, salvo poi fare la vittima quando questi ultimi passano alle vie legali.

    «Oggi terza udienza del processo Meloni. La prima udienza c’è stata un mese fa, la seconda ieri pare che questo processo (che mi vede imputato) sia una vera e propria eccezione, perché di norma i processi in Italia procedono lenti lentissimi», ha piagnucolato lo scrittore sui social, aprendo un nuovo fronte nella sua personale antologia del vittimismo: ora anche le toghe ce l’hanno con lui. È un cambio di paradigma storico per lo scrittore più giustizialista di tutte le librerie dell’Occidente: dopo anni a difendere senza se e senza ma l’operato della magistratura, ora che alla sbarra c’è finito lui, inizia a coltivare il dubbio che anche i giudici possano sbagliare. Di più: lascia intuire, larvatamente, che ci siano delle toghe anti Saviano, che schiacciano il piede sull’acceleratore dei suoi processi. Anche se in reltà l’aula, per ora, gli ha regalato gioie e dolori: è stata infatti rifiutata la richiesta di Matteo Salvini di costituirsi parte civile, cosa che ha mandato per un istante in brodo di giuggiole l’autore di Gomorra. Solo per un istante, giusto il tempo di realizzare che la Meloni non sarà testimone: «Incredibile, non è stata chiamata né dal pm né dalla parte civile e io mi ritroverò a dover rispondere alle accuse senza la possibilità del confronto con il primo ministro che probabilmente teme una debolezza in questo processo». Ed è subito ricominciata la manfrina vittimista.


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