Cara Elly, io e te abbiamo la stessa età. Tu non mi conosci ma sappi che ho creduto in te. Ci ho creduto così tanto da aver fatto, per la prima volta nella mia vita, la tessera al Partito Democratico. Ho fatto la campagna per la tua elezione a segretaria, perché rappresentavi in quel momento l’elemento di rottura che serviva. La sera della tua elezione a segretaria ho visto il panico negli occhi dei dirigenti del Partito che ti erano ostili, preoccupati per la fine del loro potere quasi assoluto. Ero lì quando migliaia di delusi sono andati a votare alle primarie da simpatizzanti non iscritti e hanno deciso che eri Tu a doverci guidare, verso un partito diverso, moderno, non schiavo delle poltrone e libero dalle correnti.
Ci avevi promesso che tutto sarebbe cambiato, che le persone sarebbero tornate protagoniste, che il merito avrebbe contato più dell’obbedienza, che la critica sarebbe stata accolta non come problema ma come occasione di crescita, che l’imbarazzante teatrino della politica sarebbe finito e finalmente saremmo diventati quel partito vicino alle persone e lontano dagli affari.
Ti abbiamo creduto, Elly.
Ti ho voluto credere anche io, che sono un disilluso di natura.
Ma ho sbagliato.
Tra poco saranno 3 anni che sei segretaria e nulla è ancora cambiato. Hai voluto un congresso unitario che altro non è stato che la spartizione dei ruoli di potere e di governo all’interno dei territori. Hai mantenuto intatta tutta la classe dirigente che ha contribuito alla distruzione di un’eredità storica unica in tutta l’Europa del dopo guerra.
Nessuna rivoluzione, niente discontinuità. Chi era terrorizzato per la tua elezione oggi è ancora li a fare affari, inciuci. Tutti quei vizi, che tu giustamente denunci nei partiti che oggi sono maggioranza in questo Paese, li hai in casa ma non hai mai voluto affrontarli.
Qui a Rimini il partito è questione di pochi eletti, divisi in due o tre schieramenti. La successione in certi frangenti del partito è parentale con fidanzati, mogli e amici che si spartiscono posti di comando. Un reame che per un momento ha vacillato, ma che forse non è mai stato realmente in pericolo.
È mancato il coraggio di scardinare un sistema che oggi appare al mondo come un garante di privilegi e non come una speranza di equità. Alle Destre abbiamo lasciato campo libero, regalandogli il paese perché non siamo stati capaci di essere dalla parte della gente normale, evitando di prendere di petto i temi dell’immigrazione, del precariato, della scuola pubblica, del problema dell’abitare, della devastante iniquità sociale.
Ci siamo persi Elly, dietro una presunta superiorità morale, attaccati ad un antifascismo da salotto mentre attorno il mondo cambiava e noi non eravamo protagonisti, ma spettatori impotenti.
Oggi il mondo è dei prepotenti, di quelli che dicono Me ne Frego con orgoglio, dove il più forte prende e decide, dove le minoranze in quanto tali sono silenziate.
Non posso accettare tutto questo restando nel silenzio, è il momento di dare un segno di discontinuità forte, perché se è vero che le percentuali di voto sono in aumento, in termini di voti assoluti il partito sta scomparendo. Non possiamo essere soddisfatti quando milioni di italiani non vanno a votare. Spetta a noi l’obbligo di non accettare più questa situazione all’interno di questo partito. È necessario uno slancio di coraggio collettivo, della parte sana della società civile, che ridia credibilità e ampiezza a questa stagione politica. Rimettiamo le persone al centro del dibattito. Diventiamo finalmente quel partito che ascolta i bisogni dei propri territori e si impegna per dare voce a chi in questo mondo non ha megafoni per farsi sentire.
Stefano Benaglia. Rimini.











