‘Cirano deve morire’ e giovani vanno a teatro

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      E’ arrivato a Roma, al Teatro Vascello dove si replica sino al 4 dicembre, ”Cirano deve morire”, lo spettacolo nato per la Biennale Teatro prepandemia diretta da Latella e ora ripreso grazie a Elledieffe, Fabbrica dell’attore e Teatro di Toscana. Il testo è di Rocco Placidi e Leonardo Manzan, che firma anche la regia, trentenne uscito dalla Scuola del Piccolo di Milano, dove il lavoro è stato nei giorni scorsi, ottenendo un successo che ha fatto molto parlare perché decretato da un pubblico in gran maggioranza giovane, di coetanei degli interpreti. Sta nascendo un teatro che a questi innanzitutto si rivolge, cercando un linguaggio e una contaminazione con la contemporaneità che pare funzionare, se il tutto esaurito lo fanno ”Amleto” di Barberio Corsetti al Teatro di Roma, ”L’angelo della storia” di Teatro Sotterraneo o il pasoliniano ”Calderon” di Fabio Condemi, e fortunatamente l’elenco si allunga costantemente. Si esce per lo spettacolo dal vivo che ti coinvolge e parla la tua lingua, mentre per il cinema oramai piattaforme e streaming mettono in crisi le sale. Diciamo allora che ”Cirano deve morire” è un bello spettacolo, ricco di energia e interessante in cui del ”Cyrano” di Rostand, come lo ha visto e letto sino a oggi uno spettatore tradizionale, resta poco, lo schema della trama, dei rapporti tra i personaggi che però trovano una diversa e giovane interazione, citazioni di alcuni passi, a cominciare dal celebre, meraviglioso discorso sull’amore con il ”bacio apostrofo rosa tra le prole t’amo”. Il rap, che è stato scelto per questo lavoro, infatti non è per sua natura solo versi con rime e ritmo, ma anche provocazione, esibizione, egocentrismo, linguaggio, inquietudine e protesta contro il mondo così come è. Allora ecco che Placidi e Manzan giocano col metateatro, sia in scena, sia col testo che se la prende, solo per un esempio, col ”teatro della noia” di certi classici o ”la recensione di un critico che è il colpo finale”, ma poi si allarga a tanti tic e mode del mondo d’oggi, tra social e centri commerciali, o parla in modo divertente delle ”incertezze di Amleto”, di ”Edipo che gioca a mosca cieca” o, passando al ”Gabbiano”, di ”Nina che ha bisogno di uno bravo”. Il testo costruito è ricchissimo, molto ironico e pieno di continui rimandi e allusioni, vivace nel contaminare, accostare, associare termini e idee, un testo che sfida e mostra l’abilità e l’ottimo impegno dei tre protagonisti, Il Cirano di Alessandro Bay Rossi, il Cristiano di Giusto Cucchiarini e la Rossana di Paola Giannini, che parlano ma soprattutto rappeggiano a un ritmo che è velocissimo, attori di cui non è difficile dire che sentiremo ancora parlare. Il primo più aperto, col suo tormentone ”sono stupido, stupido, ma bello”, il secondo più dark, che gioca col suo ”nell’odio mi diletto”, e Rossana che cerca di raccapezzarsi tra i due e cita Renato Zero: ”Il triangolo non l’avevo considerato”. E con loro ha ovviamente gran rilievo la musica sempre tesa e forte di Alessandro Levrero e Franco Visioli, eseguita dal vivo da Filippo Lilli, mentre la scena, costruita da un palco di tubi innocenti e un contorno di bauli dell’attrezzistica, ha un uso delle luci, di Simone De Angelis e Giuseppe Incurvati, che va da fasci di spot sciabolanti a altre puntate dal fondo verso la platea, e diverse situazioni particolari, creando anche, a un certo punto col controluce, un momento di teatro delle ombre. Un testo sincopato che, in questo modo, ci pare specchio di irrequietudini, paranoie, dispersioni e manie di molti giovani dei nostri giorni, ma che d’altra parte ci pare raffreddi, oggettivizzi in buona parte, evitando il dialogo drammatico e facendone racconto con un fondo ironico, sentimenti e trepidazioni che sono la sostanza coinvolgente dell’originale di Rostand. Probabilmente, detto da chi ha ben altra età, viene da pensare sia un po’ quella distanza creata dalla virtualità delle rabbie, dei like, dei cuoricini espressi in rete, in cui questo pubblico invece si ritrova. Forse è quello ”smascherare” icone e sentimenti di cui parla il regista autore, ma quando si arriva al finale, al discorso di Cirano e quello conclusivo di Rossana rimasta sola, che sono due veri monologhi che richiedono più modulazioni e intonazioni della voce per la loro costruzione drammatica e meno divagazioni e contaminazioni, la differenza emotiva si sente subito e arriva forte in sala, grazie sempre alla qualità degli interpreti, senza bisogno che vi siano ”parole scritte da un premio Strega”, come viene detto. A confermare il gradimento e che il teatro è sempre cosa viva, che si modifica, specchio del proprio tempo in cui si riflette chi vi assiste, il pubblico, che ha dimostrato di divertirsi e anche ridere, si rivela molto caloroso e applaude a lungo. 


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