Cosa c’è dietro il “ritorno” di Benedetto XVI

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print
  • Le proposte di Reggini Auto

  • Benedetto XVI effettua l’ennesimo “come back”. Il fine, questa volta, è frenare le spinte progressiste attorno all’abolizione del celibato sacerdotale

    Benedetto XVI è tornato. Almeno nella misura in cui le parole del Papa emerito peseranno sulla dialettica relativa al celibato sacerdotale. Per comprendere il perché Joseph Ratzinger abbia rotto di nuovo il silenzio, affermando di non poter tacere sulle nuove tendenze dottrinali che vorrebbero mettere in discussione una regola consolidata della vita ecclesiastica come quella del celibato, bisogna disegnare una lunga linea sul mappamondo.

    Quella che collegherebbe in termini ideali l’Amazzonia con la Germania. Un viaggio in cui conviene procedere per tappe.

    Il Sinodo panamazzonico di ottobre scorso si è limitato a dibattere dell’ipotesi che i cosiddetti “viri probati” – laici di chiara fede ma che hanno contratto nella loro esistenza un matrimonio – possano amministrare alcuni o tutti i sacramenti. Un ragionamento simile può essere fatto sull’ordinazione sacerdotale. Il calderone progressista è stato posizionato sul fuoco, ma per ora la pentola non bolle. Papa Francesco deve, se vuole, mettere le novità nero su bianco, con un’esortazione apostolica. Per i conservatori l'”appuntamento sinodale” voluto da Jorge Mario Bergoglio sarebbe potuto andare molto peggio. Tralasciando la vicenda della “Pachamama”, che è ritenuta grave da parte tradizionalista, i padri sinodali hanno solo paventato di estendere ai laici la gestione sacramentale.

    La “protestantizzazione” non è cosa fatta. E i “viri probati” sono rimasti in forse. Il diaconato femminile, per dirne un’altra, non è stato preso in seria considerazione. In Vaticano ne parleranno ancora. Il timore che una rivoluzione dottrinale si abbattesse sulle istituzioni ecclesiastiche e sulle certezze catechetiche è stato superato. E non senza polemiche e strascichi. Il tempo odierno non è ancora sottoposto a monopolio progressista. Poco prima dei lavori sinodali, è balzata agli onori delle cronache l’opinione del cardinale Marc Ouellet, un altro che sull’abolizione del celibato non la pensa come i teorici del cambiamento a tutti i costi. L’esito del Sinodo corrisponde ad una vittoria conservatrice? No. Semmai questa fase ha le fattezze di una tregua.

    Ma la nostra linea immaginaria – dicevamo – parte dalle foreste amazzoniche per arrivare a Fulda, cittadina teutonica in cui si sono riuniti i vescovi che hanno organizzato un “Sinodo interno” dalla durata biennale. La partita vera si gioca in Europa. E la Chiesa nazionale tedesca rimane tra le più potenti e le più influenti del mondo. Sul campo dottrinale dove potrebbe non essere riuscito il Sinodo, vuole riuscire l’episcopato guidato dal cardinale Reinhard Marx. Il porporato ed altri alti esponenti progressisti sembrano pensare che il celibato dei sacerdoti sia una prassi antiquata. Capiamoci: non essendo un dogma, di celibato la Chiesa cattolica può discutere eccome. Trattasi però di “tabù” semi infrangibile. L’emisfero conservatore non ha dubbi sulla necessità che uno dei grandi capisaldi della vita sacerdotale resti intatto. Ma il cardinale Marx insiste, dichiarando che bisogna “volgersi” ad un “nuovo modo di guardare” e che la “tradizione è incompleta”. È il certificato dell’esistenza di una spinta ideale che non ha alcuna intenzione di fare retromarcia.

    Basandosi su queste brevi considerazioni, diviene più semplice circoscrivere i perché dietro l’ultimo intervento pubblico del papa emerito Benedetto XVI. “Non posso tacere, il celibato è indispensabile. Io credo che il celibato dei sacerdoti abbia un grande significato ed è indispensabile perché il nostro cammino verso Dio possa restare il fondamento della nostra vita”. Il virgolettato centrale, che è già di dominio pubblico e che è rintracciabile all’interno di un’opera scritta a quattro mani da Benedetto XVI e dal cardinal Robert Sarah, merita di essere riportato per intero. Poi ci sono un’altra serie di passaggi, ma tutti vertono sulla medesima constatazione: Ratzinger e Sarah sono tutto fuorché convinti dalla bontà di qualsivoglia progetto riformistico che riguardi il celibato.

    La dialettica tra correnti teologiche è animata. E Ratzinger, che non ha affatto promesso di rimanere in silenzio quando ha rinunciato al soglio di Pietro, non si è voluto tirare indietro. In questo senso può essere interpretata anche la decisione di porre le basi affinché in Germania nasca una fondazione in difesa e in promozione del giornalismo cattolico. In “Dal Profondo del nostro cuore”, che è il titolo del libro scritto da Ratzinger e Sarah, – lo stesso che verrà pubblicato il prossimo 15 gennaio – c’è una sorta di replica all’andazzo imperante.

    E papa Francesco? A ben guardare il Santo Padre non è stato chiamato in causa dal duo conservatore. Anzi, a Roma in questi mesi non sono sembrati troppo concordi con la fuga in avanti dei teutonici, che puntano a prendere decisioni “vincolanti”, prescindendo da Roma e dalla sua opinione. C’è un però: se il Papa nella esortazione apostolica che seguirà il Sinodo panamazzonico dovesse avallare i viri probati o qualche altra forma sacerdotale diversa da quella precostituita, che prevede il celibato, allora smentirebbe in parte la visione del suo predecessore Benedetto XVI. Il Giornale.it