Così il reddito di cittadinanza è passato dai comunisti al M5s

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  • Nel 2004 il primo esperimento nella Campania di Bassolino. Da Bertinotti a Diliberto, da Vendola a Landini: la sinistra sponsorizzava la misura.

    Il reddito di cittadinanza? Un’idea dei comunisti. Il cavallo di battaglia del M5s è stato messo in pratica per la prima volta in Italia da Antonio Bassolino.

    Dove? In Campania, quando l’ex esponente dei Ds nel 2004 gongolava per l’approvazione dello strumento per combattere la povertà. I beneficiari del provvedimento, approvato dal consiglio regionale con i voti del centrosinistra e di Alleanza Nazionale, erano, per un periodo di tre anni, le famiglie con un reddito inferiore ai 5000 euro all’anno. L’importo? 350 euro al mese. Potevano accedere al reddito di cittadinanza anche le famiglie di immigrati purché residenti in Campania da almeno cinque anni. ”È una legge di civiltà. In giornate come questa si capisce che vale la pena far politica e impegnarsi tanto”, diceva Bassolino impegnandosi a brindare il varo della legge con Fausto Bertinotti.

    Il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, rincarava la dose di giubilo: “Si tratta di un segnale importante, dell’apertura di un varco per il quale i Comunisti italiani della Campania si sono battuti a fondo e continueranno a battersi”. Il comunista Bertinotti, un anno dopo, si appellava alle altre Regioni a guida centrosinistra affinché introducessero anche loro il reddito di cittadinanza. E in effetti ce ne fu una che rispose al suo appello. Parliamo del Friuli Venezia Giulia che alla fine del 2015 approvò “una forma di integrazione del reddito di persone che si trovino in condizione di necessità e bisogno sia in forma strutturale, sia in via temporanea. Nel primo caso, il reddito di cittadinanza potrà essere stabile; nel secondo la misura sarà combinata con percorsi di formazione, riformazione e riqualificazione professionale finalizzati all’occupazione e potrà essere revocata nell’ipotesi in cui la persona non accettasse il percorso di formazione professionale o il successivo lavoro”, per usare le parole del presidente Illy.

    A schierarsi a favore della misura ci furono altri esponenti di una sinistra che adesso è stata spazzata via dal proscenio politico. Come Maurizio Landini che nel 2011 dichiarava: “Il lavoro precario deve costare di più e va introdotto un reddito di cittadinanza per chi il lavoro non ce l’ha o ce l’ha precario e intermittente”. Nello stesso anno, Nichi Vendola, da governatore della Puglia si faceva promotore per Sel della proposta di un ”reddito di cittadinanza, per garantire la sopravvivenza a chi è disoccupato”. E poteva mancare un altro comunista, poi confluito nel Pd, come Pietro Ichino? Nel 2012 sosteneva: “Il diritto al reddito di cittadinanza passa attraverso l’acquisizione da parte del sistema del welfare di una cultura di sostegno che in Italia manca”. Tra i sostenitori della misura sociale c’è stata anche il ministro Elsa Fornero che, nel difendere la sua riforma, spiegava: “Bisogna pensare a una riduzione del carico fiscale sui più deboli, o all’introduzione di un reddito di cittadinanza, presente in molti Paesi europei”. Nel 2013 al coro si aggiunse anche Ingroia che mise al primo punto della sua ricetta politica sul lavoro proprio l’introduzione di un reddito di cittadinanza, cioè un reddito minimo garantito, già presente in paesi come Germania, Francia, Inghilterra e Spagna”.

    Poi venne anche Beppe Grillo ci mise il cappello e la battaglia passò in mano al Movimento 5 stelle. Che adesso diventa il braccio armato della sinistra fallita.

    Credit: Il Giornale.it