Cronaca. Bagnacavallo, fu rogo per vendetta: chiesto carcere per i tre presunti piromani

La Procura ha richiesto la misura della custodia cautelare in carcere per tre persone, accusate di aver dato alle fiamme il Calzaturificio Emanuela lo scorso dicembre. Ieri il giudice per le indagini preliminari Federica Lipovscek ha ascoltato i sospettati: una quarantunenne di nazionalità marocchina, un quarantottenne domiciliato a Fusignano e un quarantaduenne residente nel pesarese. Dietro l’attentato incendiario si celerebbe una complessa disputa ereditaria.

Il raid punitivo risale alla notte compresa tra il 7 e l’8 dicembre 2025. Intorno all’una, un violento incendio doloso ha colpito lo stabile aziendale situato in via Martino Tarroni, nel polo industriale della cittadina. Solo l’immediata segnalazione da parte degli abitanti della zona ha permesso ai vigili del fuoco di intervenire tempestivamente, salvando il capannone dalla completa devastazione. Nonostante ciò, la conta dei danni ha raggiunto la cifra di cinquecentomila euro. I rilievi eseguiti nell’immediato, coordinati dal pubblico ministero Angela Scorza, hanno subito evidenziato la presenza di sostanze acceleranti.

Le attenzioni degli investigatori si sono concentrate sulla sfera personale della titolare dell’impresa, portando alla luce un aspro contenzioso civile. Il nodo della questione riguarda le volontà testamentarie dello zio defunto dell’imprenditrice. L’uomo aveva lasciato in dote il proprio appartamento al padre e alla sorella, escludendo l’ex compagna, ovvero la quarantunenne nordafricana che continuava a risiedere nell’abitazione. Proprio in risposta a tale esclusione, la donna aveva deciso di impugnare formalmente il lascito in tribunale.

Secondo la ricostruzione dell’accusa, la donna avrebbe orchestrato la ritorsione insieme al quarantottenne, divenuto nel frattempo il suo nuovo partner, avvalendosi dell’aiuto materiale del conoscente quarantaduenne. A fornire i primi indizi fondamentali sono state le telecamere di sicurezza della zona: le immagini hanno immortalato l’automobile in uso all’ex cognata allontanarsi rapidamente dall’edificio un attimo prima dello scoppio delle fiamme, pur non permettendo di identificare i volti travisati degli occupanti.

A consolidare l’impianto accusatorio e a spingere il magistrato a chiedere la detenzione in cella sono giunti infine i tracciati telefonici. L’analisi delle celle di aggancio ha infatti posizionato gli smartphone dei due uomini esattamente nell’area del calzaturificio durante i decisivi istanti dell’innesco.