Il pestaggio avvenuto lo scorso lunedì pomeriggio in Piazza delle Erbe, che ha visto come vittima un ragazzino di soli 14 anni, non è stato archiviato come un semplice fatto di cronaca nera, ma ha scoperchiato il vaso di Pandora del disagio giovanile in città. A dare voce a questa inquietudine è un giovane faentino di 18 anni che, attraverso una lettera aperta, ha voluto denunciare un fenomeno che va ben oltre il singolo episodio: l’assuefazione alla brutalità.
Nella sua testimonianza, il 18enne descrive una realtà quotidiana in cui bullismo, intimidazioni e risse non sono più l’eccezione, ma una costante che rischia di diventare routine. Il quadro tracciato è preoccupante e parla di una violenza che permea gli ambienti giovanili fin dalla tenera età, con segnalazioni sempre più frequenti di coltelli che circolano già alle scuole medie e atti di prevaricazione sempre più feroci. Il pericolo maggiore, secondo l’autore della lettera, è proprio l’abitudine: il rischio che la comunità inizi a considerare normale ciò che invece dovrebbe essere inaccettabile.
L’analisi del giovane tocca anche la trasformazione degli spazi urbani e della percezione di sicurezza. Se in passato esistevano zone note per essere problematiche o da evitare, come Parco Mita, Piazza Dante o Parco San Francesco, e la cautela scattava principalmente dopo il tramonto, oggi i confini si sono dilatati. L’aggressione in pieno centro e alla luce del sole dimostra che non esistono più zone franche.
La conseguenza diretta di questo clima, sottolinea il 18enne, è una drastica riduzione della libertà personale. La paura condiziona le scelte, i movimenti e la serenità di chi vorrebbe semplicemente vivere la propria città senza dover calcolare rischi, orari o luoghi. La conclusione è amara: quando un ragazzo che si affaccia alla vita adulta deve chiedersi ogni volta se è sicuro uscire di casa, significa che qualcosa nel tessuto sociale si è profondamente rotto.











