È stata una notte di terrore quella appena trascorsa a Kabul, dove il conflitto latente tra Afghanistan e Pakistan è deflagrato in uno scontro militare diretto. La capitale afghana è stata scossa da una serie di potenti esplosioni, almeno otto secondo le testimonianze dei residenti, causate da raid aerei condotti dalle forze armate di Islamabad. L’attacco segna un punto di non ritorno nelle relazioni tra i due paesi confinanti, con il governo pakistano che ha ufficialmente annunciato l’esaurimento della pazienza diplomatica e l’inizio di una guerra aperta.
L’escalation notturna e i bombardamenti
Le operazioni militari non si sono limitate alla sola capitale. Le incursioni aeree hanno colpito anche le province di Kandahar e Paktia. Il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha confermato l’avvenuto attacco, definendolo un atto codardo da parte dell’esercito pakistano, pur tentando inizialmente di minimizzare l’impatto in termini di vite umane. Tuttavia, la risposta di Islamabad è stata netta: il Primo Ministro Shehbaz Sharif ha assicurato che le forze armate hanno la piena capacità di schiacciare qualsiasi ambizione aggressiva, rivendicando la distruzione di infrastrutture militari strategiche.
Il fronte di confine e le radici del conflitto
La situazione è precipitata rapidamente dopo che, poche ore prima dei raid, il governo talebano aveva lanciato un’offensiva lungo la frontiera. I combattimenti più feroci si stanno concentrando nei pressi del valico di Torkham, snodo cruciale tra i due stati. Qui, testimoni oculari riferiscono di scambi di fuoco continui, con l’utilizzo di artiglieria pesante che ha colpito anche il campo profughi di Omari, costringendo i civili alla fuga.
Questa esplosione di violenza non è un fulmine a ciel sereno, ma l’apice di una crisi che cova da tempo. Già lo scorso ottobre si erano verificati violenti scontri che avevano portato alla chiusura dei confini terrestri, bloccando migliaia di persone e merci. Le tensioni sono legate alle accuse reciproche di ospitare gruppi militanti ostili e alle dispute sulla demarcazione della frontiera, la cosiddetta Linea Durand, mai pienamente riconosciuta da Kabul. La rottura della tregua di fatto e la dichiarazione di guerra aperta da parte del ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, sanciscono il fallimento di ogni tentativo di mediazione recente.
La guerra dei numeri e le vittime
Come in ogni conflitto, anche questo è segnato da una guerra di propaganda sui numeri delle perdite. Fonti governative pakistane sostengono di aver neutralizzato oltre 130 combattenti talebani e feritone altri 200, distruggendo depositi di munizioni, quartier generali e mezzi blindati. Sul fronte opposto, il Ministero della Difesa afghano ribatte affermando di aver inflitto pesanti perdite al nemico, parlando di 55 soldati pakistani uccisi e rivendicando la cattura di diverse postazioni militari.
Mentre le due nazioni si scambiano accuse su chi abbia colpito civili, donne e bambini, la comunità internazionale osserva con preoccupazione. L’Iran, attraverso il proprio ministro degli Esteri Abbas Araghchi, si è detto pronto a intervenire come mediatore per favorire una de-escalation e riaprire il dialogo, nel tentativo di evitare che l’intera regione scivoli nel caos.












