Sono trascorsi quarant’anni dal 18 marzo 1986, il giorno in cui un caccia militare F-104 Starfighter precipitò su Misano Adriatico provocando la morte di tre persone e lasciando una ferita indelebile nella memoria della comunità romagnola. Alla cloche sedeva il maggiore Alberto Biagetti, allora 33enne, pilota del 5° Stormo impegnato in un volo supersonico di collaudo senza carichi esterni.
Un’avaria improvvisa a bassa quota
L’aereo si trovava a circa 1500 piedi di altitudine, con il carrello appena estratto, quando il motore J79 si spense di colpo per un guasto elettrico. Biagetti comunicò alla torre di controllo che il propulsore non rispondeva più e che si apprestava a lanciarsi. Dalla sala operativa gli intimarono di abbandonare immediatamente il velivolo, ma il pilota si rese conto di avere un centro abitato sotto di sé. Decise quindi di tentare una manovra disperata per sorvolare le abitazioni e puntare verso un’area aperta. Solo dopo aver indirizzato il caccia verso un prato azionò il seggiolino eiettabile Martin-Baker.
La violenza dell’espulsione fu tremenda. Mentre planava appeso al paracadute, Biagetti ignorava che il velivolo da dodici tonnellate, ormai incontrollabile, aveva centrato un edificio nel Villaggio Argentina. L’impatto devastò l’autofficina gestita dai fratelli Evaristo e Giuliano Semprini, di 24 e 35 anni, che morirono sul colpo. L’incendio successivo investì diversi passanti, alcuni dei quali rimasero gravemente feriti. Un terzo uomo, un trentatreenne, perse la vita nei giorni seguenti a causa delle ustioni riportate.
L’atterraggio e un bicchiere di Sangiovese
Il pilota toccò terra in un campo, ancora stordito dal trauma. Una donna del luogo gli si avvicinò porgendogli un bicchiere di vino rosso, invitandolo a bere per riprendersi. Biagetti lo svuotò d’un fiato, sollevato dalla consapevolezza di essere sopravvissuto. Fu solo in serata, dal letto dell’ospedale, che gli ufficiali dell’Aeronautica gli riferirono l’esito catastrofico dello schianto.
Nove anni di processo, poi l’assoluzione
Per il maggiore iniziò anche un lungo calvario giudiziario. Rinviato a giudizio con le accuse di omicidio colposo e disastro aviatorio, affrontò un procedimento protrattosi per nove anni. Nel 1995 arrivò infine l’assoluzione piena: le perizie tecniche stabilirono che nessuna manovra avrebbe potuto evitare la tragedia dopo un’avaria totale di quella natura. Lo stesso Biagetti ha raccontato in diverse occasioni che le ferite fisiche si rimarginarono, ma il peso psicologico di sapere che un guasto meccanico aveva stroncato tre esistenze innocenti non lo ha mai abbandonato del tutto.
Il quarantennale riporta oggi l’attenzione su una pagina dolorosa della storia locale e dell’aviazione militare italiana. Per i sopravvissuti e per gli abitanti del Villaggio Argentina, quel giorno di marzo resta un punto di non ritorno che ha segnato per sempre la vita di un pilota e di un’intera comunità.











