Una caduta domestica rischiava di trasformarsi in un vicolo cieco amministrativo per una anziana di 90 anni e per la sua famiglia. Al centro della vicenda, avvenuta a Pesaro, un cavillo burocratico legato alla residenza anagrafica che ha rischiato di privare una paziente fragile, affetta da demenza senile e fresca di operazione al femore, del trasporto sanitario necessario per le visite di controllo.
L’incidente e le dimissioni
Come denunciato dalle pagine de Il Resto delCarlino, tutto ha avuto inizio circa due settimane fa, quando l’anziana è caduta in casa. La figlia Graziella, residente in città da alcuni anni, ha inizialmente accompagnato la madre in uno studio privato per una lastra, non immaginando la gravità della situazione. Di fronte all’evidenza della frattura, è scattata la chiamata al 118: i soccorritori hanno trasportato la 90enne in ospedale, dove è stata operata e le è stata applicata una protesi.
I problemi veri, tuttavia, sono emersi dopo le dimissioni. I medici avevano prescritto una serie di controlli post-operatori indispensabili, ma organizzare il trasporto dall’abitazione all’ospedale si è rivelato un’impresa quasi impossibile.
Il muro della burocrazia
Quando la figlia si è rivolta all’Azienda Sanitaria per prenotare l’ambulanza pubblica, si è vista opporre un rifiuto. La motivazione formale risiedeva nel fatto che l’anziana, pur avendo il domicilio a Pesaro e il medico di base in città, non risultava residente anagraficamente. Secondo gli uffici, non aveva dunque diritto al servizio gratuito.
Le alternative proposte dall’amministrazione sembravano scollegate dalla realtà clinica della paziente: chiamare un taxi o noleggiare un’ambulanza privata a proprie spese, con costi attorno ai 100 euro a viaggio. La signora Graziella ha tentato di spiegare l’impraticabilità di tali soluzioni: non possedendo la patente, non poteva accompagnare la madre in auto, e le condizioni dell’anziana – che fatica a muoversi anche solo tra le stanze di casa con il girello – rendevano impensabile l’utilizzo di un comune taxi.
Il lieto fine dopo le proteste
La situazione si è sbloccata solo dopo una lunga serie di telefonate e insistenze da parte della figlia, che ha deciso di rendere nota la sua storia anche attraverso la stampa locale. Quello che sembrava un cortocircuito normativo insuperabile è stato infine risolto: l’azienda sanitaria è tornata sui suoi passi, garantendo il trasporto con i mezzi del 118 per la visita di controllo. Resta l’amarezza della famiglia per aver dovuto lottare ostinatamente per vedersi riconosciuto un servizio essenziale di assistenza.











