Una violenta spedizione punitiva, mossa dal desiderio di vendicare i presunti maltrattamenti subiti dall’ex moglie, si è conclusa con una pesante condanna in primo grado per un 54enne italiano. I fatti, che risalgono al novembre del 2019, hanno trovato oggi, venerdì 20 marzo 2026, un definitivo punto fermo nelle aule di giustizia, dove è stata ricostruita la brutale aggressione ai danni di un cittadino egiziano di 39 anni, all’epoca nuovo compagno della donna. L’uomo è stato bersaglio di un vero e proprio agguato organizzato dall’imputato principale con il supporto di due complici di nazionalità albanese, rispettivamente di 34 e 39 anni.
La ricostruzione investigativa ha delineato i contorni di un assalto di estrema ferocia avvenuto presso l’abitazione della vittima, situata nell’area rurale attorno a Riccione. Il gruppo avrebbe iniziato a colpire il 39enne inizialmente a mani nude, per poi passare all’utilizzo di oggetti contundenti quali una mazza da baseball, un piede di porco e persino il calcio di una pistola. Al termine del pestaggio, l’uomo è stato trascinato a forza su un’automobile e successivamente abbandonato in un campo poco distante dalla sua residenza. Per questi fatti, il tribunale ha inflitto una pena di 4 anni e 8 mesi di reclusione al 54enne, mentre i due complici sono stati condannati a 2 anni e 4 mesi con l’accusa di lesioni aggravate.
Parallelamente al filone principale sulle lesioni, i tre soggetti erano chiamati a rispondere anche di rapina in concorso e detenzione illegale di arma da fuoco. L’accusa riguardava la presunta sottrazione di un orologio Rolex appartenente alla vittima e il possesso della pistola utilizzata per l’aggressione, risultata rubata anni prima. Tuttavia, per questo secondo procedimento, il giudice ha pronunciato una sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste. La linea difensiva è riuscita a dimostrare che l’orologio non era stato rapinato intenzionalmente, ma sarebbe scivolato all’interno della vettura durante le fasi concitate del sequestro. Una volta rinvenuto sul sedile, gli aggressori se ne sarebbero sbarazzati lasciandolo su un muretto a Rimini, dove è stato poi recuperato dai Carabinieri.
Per quanto riguarda l’arma impiegata per colpire il 39enne, la difesa ha sostenuto con successo che la pistola non fosse nella disponibilità degli aggressori prima dell’evento, bensì appartenesse alla vittima stessa. Questa tesi ha fatto cadere le accuse relative alla detenzione illegale per i tre imputati. La vicenda si chiude quindi con una parziale conferma delle responsabilità: se da un lato è stata sanzionata duramente la violenza fisica della spedizione punitiva, dall’altro sono decaduti i reati di natura patrimoniale e quelli legati al possesso dell’arma, lasciando ai condannati solo il conto aperto con la giustizia per le gravi lesioni inferte.











