Cronaca. Ravenna, falsi certificati medici per bloccare i rimpatri: nuovi dettagli dalle indagini dei PM Barberini e Scorza

Emergono oggi nuovi dettagli sull’inchiesta della Procura che vede otto infettivologi dell’ospedale cittadino accusati di aver ostacolato deliberatamente le procedure di espulsione di cittadini stranieri irregolari. Le ipotesi di reato contestate dai magistrati comprendono il falso ideologico continuato e l’interruzione di pubblico servizio, accuse nate dalla presunta emissione sistematica di certificati di inidoneità al trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio.

L’indagine, coordinata dai pubblici ministeri Daniele Barberini e Angela Scorza, ha fatto affiorare una vera e propria strategia del blocco all’interno del reparto di Malattie infettive. Le forze dell’ordine, incaricate di scortare i soggetti destinatari di decreto di espulsione per le visite mediche obbligatorie, venivano costrette a lunghe e ingiustificate attese. In un episodio specifico, l’iter clinico per tre irregolari è iniziato alle diciannove e trenta per concludersi solamente a notte inoltrata. Questa condotta, secondo i magistrati, ha generato un rilevante danno erariale, distogliendo per ore numerosi agenti, tra forze di polizia locali e statali, dalle loro consuete mansioni di sicurezza sul territorio.

I contorni dell’operazione, condotta dalla Squadra mobile, poggiano su diverse intercettazioni ambientali. In una registrazione dello scorso 5 dicembre, alcune dottoresse discutevano delle lamentele avanzate dai vertici ospedalieri a causa dei ritardi inflitti alle divise. L’attività investigativa ha inoltre evidenziato un forte contrasto tra le ore di anticamera imposte agli agenti e la durata effettiva delle prestazioni sanitarie. Alcune visite si sarebbero esaurite in appena un paio di minuti, con i professionisti indagati che avrebbero persino suggerito ai pazienti le risposte corrette per ottenere il documento di non idoneità e la conseguente rimessa in libertà.

Dalle intercettazioni traspare l’adesione attiva di alcuni medici a una rete di protesta contro le strutture di rimpatrio. Il nodo centrale tra i camici bianchi era proprio la necessità di giustificare clinicamente i dinieghi, anche a fronte di esami completamente negativi. Le conseguenze di tali azioni sono state oggetto di un acceso confronto tra una dottoressa indagata e una collega non coinvolta nell’inchiesta. Quest’ultima riportava il caso di uno straniero, precedentemente dichiarato inidoneo dal reparto, resosi poi responsabile del vandalismo contro una pensilina degli autobus in piazzale Farini, un fatto che aveva suscitato le proteste di un poliziotto in corsia.

Il dialogo captato ha rivelato anche le preoccupazioni per le ricadute mediatiche dell’iniziativa, con il timore di far passare l’intero reparto per un gruppo mosso unicamente da motivazioni ideologiche senza basi cliniche. Discutendo del fatto che i cittadini ignorino le reali condizioni di vita nei centri per i rimpatri, una delle professioniste indagate ha concluso la conversazione affermando che mantenere la popolazione all’oscuro è la tattica migliore per chi governa. Un’affermazione che, secondo gli inquirenti, fotografa in pieno il clima di militanza sviluppatosi nel reparto negli ultimi due anni.