Cronaca. Ravenna, inchiesta certificati Cpr: spuntano le chat sulla strategia dei medici

La Procura di Ravenna ha formalizzato la richiesta di sospensione dall’esercizio della professione per un anno nei confronti degli otto medici del reparto di Malattie Infettive indagati. Al centro dell’inchiesta vi sono i presunti certificati falsi redatti per attestare l’inidoneità di cittadini stranieri alla detenzione nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). La mossa dei pm Daniele Barberini e Angela Scorza segna un passaggio cruciale, aprendo la fase in cui la difesa potrà esaminare il materiale probatorio. Ed è proprio dalle centinaia di pagine depositate che emergono i dettagli più controversi: conversazioni digitali e intercettazioni ambientali che delineerebbero, secondo l’accusa, una vera e propria strategia condivisa per boicottare le espulsioni.

Dall’analisi degli smartphone e dei dispositivi sequestrati durante le perquisizioni di febbraio, gli inquirenti avrebbero ricostruito l’esistenza di un fronte comune tra i camici bianchi. Nei messaggi scambiati tra colleghi non trasparirebbe solo una valutazione clinica, ma una sorta di adesione ideologica a quella che viene definita internamente una campagna contro i Cpr. In uno degli scambi finiti agli atti, i sanitari avrebbero espresso frustrazione per le nuove direttive dell’Ausl, che includevano consulenze psichiatriche, interpretandole come tentativi aziendali di creare ostacoli e disincentivare le dichiarazioni di inidoneità. La risposta suggerita in chat da alcuni indagati sarebbe stata quella di utilizzare proprio la non idoneità come strumento di dissenso, con l’avvertenza però di giustificare le diagnosi in modo più credibile e dettagliato per evitare contestazioni formali sui protocolli.

Particolarmente rilevante per l’accusa è la questione dei moduli precompilati. Dalle conversazioni emergerebbe l’uso di una bozza circolante online, riconducibile ad ambienti critici verso i centri di detenzione, che i medici si sarebbero scambiati con una raccomandazione precisa: non copiare il testo pedissequamente ma riscriverlo a mano volta per volta. L’obiettivo, secondo quanto trapelato dai dialoghi, sarebbe stato quello di modificare la forma per non destare sospetti nella Questura, evitando che i referti apparissero seriali o pre-confezionati.

Le intercettazioni ambientali in ospedale avrebbero inoltre svelato i timori del gruppo riguardo al coinvolgimento di altri reparti. In un dialogo captato in ambulatorio, l’ipotesi di delegare le certificazioni ai colleghi del Pronto Soccorso sarebbe stata scartata per il timore che questi ultimi, meno allineati sulla “scelta etica” del gruppo, potessero dichiarare i migranti idonei alla detenzione. Tra i messaggi si leggerebbe anche l’invito a procedere compatti, nella convinzione che un fronte unito avrebbe reso impossibile la sospensione di tutto il personale coinvolto.

Ora la parola passa al Giudice per le indagini preliminari, Federica Lipovscek, che dovrà valutare la richiesta di interdizione dopo aver interrogato gli indagati. I medici, assistiti da un collegio difensivo composto dagli avvocati Baruzzi, Cancellaro, Lama, Martines, Monaco e Virgilio, hanno sempre respinto le accuse, sostenendo di aver agito nel pieno rispetto del codice deontologico e delle procedure sanitarie. Su 64 casi esaminati negli ultimi 16 mesi, 34 si sono conclusi con un certificato di non idoneità, mentre 20 stranieri sono stati ritenuti idonei all’espulsione.