Ci vorrà più tempo per gli interrogatori degli otto medici dell’ospedale di Ravenna coinvolti nell’indagine sulle presunte diagnosi di comodo utilizzate per bloccare l’espulsione di cittadini stranieri. L’audizione davanti al giudice per le indagini preliminari, inizialmente fissata per la giornata di ieri, è stata ufficialmente posticipata al prossimo 12 marzo. Il rinvio è stato concesso per accogliere la richiesta del collegio difensivo, che ha domandato una proroga per poter studiare in modo approfondito i corposi atti depositati.
Prima del faccia a faccia in tribunale, il calendario giudiziario prevede comunque un passaggio intermedio. Nei prossimi giorni, infatti, si terrà un’udienza davanti al tribunale del riesame per discutere una parziale istanza relativa ai dispositivi informatici e ai materiali requisiti ai professionisti in servizio nel reparto di Malattie infettive.
Proprio dai telefoni e dai computer posti sotto sequestro, la Procura ha estratto l’ossatura dell’intero impianto accusatorio. Si tratta di un faldone di quasi quattrocento pagine contenente messaggi e trascrizioni di intercettazioni ambientali, fondamentale per sostenere le accuse di interruzione di pubblico servizio e falso ideologico continuato. La tesi degli inquirenti, ormai nota, è che i sanitari abbiano firmato certificati di non idoneità fisica alla detenzione nei Centri di permanenza per il rimpatrio basandosi esclusivamente su ideologie politiche di matrice antagonista, con il chiaro intento di intralciare le operazioni della polizia.
Le carte dell’inchiesta svelano la presunta circolazione di moduli precompilati tra i colleghi, accompagnati dalla raccomandazione di modificarne sempre la forma per non destare i sospetti delle autorità. I magistrati hanno passato al setaccio le posizioni di sessantaquattro migranti valutati tra il settembre del 2024 e il gennaio di quest’anno. Di questi, ben trentaquattro hanno ottenuto il documento che ne impediva il trasferimento. A rafforzare i dubbi dell’accusa vi è la constatazione che quasi nessuno dei soggetti dichiarati fisicamente inabili sia stato poi effettivamente preso in carico dal sistema sanitario nazionale per le patologie attestate.













