Potrebbe rientrare presto in una cella della casa circondariale ravennate il quarantaquattrenne originario di Lugo indagato per il decesso sospetto di un anziano paziente all’ospedale di Argenta. Nonostante si trovi attualmente agli arresti domiciliari da alcune settimane, un recente pronunciamento giudiziario rischia di aggravare nuovamente la sua posizione cautelare.
Il cambio di misura restrittiva era stato concesso dal giudice per le indagini preliminari che, accogliendo la richiesta della difesa, aveva autorizzato l’uscita dal carcere. La decisione era arrivata nonostante il parere nettamente contrario della Procura. Il pubblico ministero ha quindi impugnato il provvedimento rivolgendosi al tribunale della Libertà, il quale ha dato ragione all’accusa disponendo il ripristino della detenzione in istituto penitenziario. Il trasferimento non è però immediato, poiché i legali dell’operatore sanitario hanno ancora la possibilità di ricorrere in Cassazione.
Nel frattempo, all’inizio del mese scorso, gli inquirenti hanno notificato la chiusura delle indagini preliminari, delineando un quadro accusatorio particolarmente pesante a carico dell’uomo. Il capo di imputazione principale riguarda l’omicidio dell’ottantatreenne Antonio Rivola. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il sanitario avrebbe iniettato all’anziano una dose di Esmeron, un potente miorilassante letale se non associato alla ventilazione artificiale, agendo al di fuori di qualsiasi protocollo terapeutico.
A questo si aggiungono le presunte vessazioni ai danni di altre persone ricoverate nel reparto di Lungodegenza della struttura sanitaria Mazzolani Vandini. Stando alle verifiche, ad alcuni malati sarebbero stati somministrati tranquillanti in totale assenza di prescrizioni mediche, configurando così l’ipotesi di maltrattamenti e di esercizio abusivo della professione medica, oltre alla falsificazione delle cartelle cliniche.
L’inchiesta ha fatto emergere ulteriori condotte illecite legate alla carriera dell’indagato. L’addetto è infatti chiamato a rispondere di truffa e falso per aver presentato al Ministero della Salute un finto diploma conseguito in Romania, documento utilizzato per ottenere fraudolentemente l’abilitazione professionale in Italia. Infine, viene contestata l’interruzione di pubblico servizio per un episodio specifico in cui il professionista avrebbe abbandonato il proprio turno di lavoro in corsia per recarsi a prestare cure private al domicilio della madre di un collega.











