Cronaca. Rimini, imprese in allerta per la guerra. Confartigianato: Export per ora saldo, ma pesa l’energia

L’escalation militare in Medio Oriente fa tremare l’economia internazionale, ma il tessuto produttivo riminese dimostra una tenuta inaspettata sui mercati arabi. È quanto emerge dal dossier diffuso oggi da Confartigianato Imprese Emilia-Romagna, che delinea uno scenario in cui le vendite locali resistono al crollo generale, pur restando sotto la spada di Damocle dei rincari energetici.

Analizzando i dati aggiornati allo scorso settembre, la provincia romagnola ha generato un volume d’affari verso i Paesi mediorientali pari a centotrentaquattro milioni di euro nell’arco di dodici mesi. Sebbene il territorio occupi la quarantasettesima posizione a livello nazionale, rappresentando una nicchia rispetto ai giganteschi poli esportatori di Bologna e Modena, il vero elemento di forza risiede nella stabilità dei flussi. A fronte di un drammatico tracollo delle esportazioni manifatturiere provinciali complessive, precipitate del trentotto per cento nei primi tre trimestri del 2025, le transazioni verso il Medio Oriente hanno registrato una flessione marginale, fermandosi ad appena l’uno virgola uno per cento in meno. Un risultato garantito soprattutto dalla costante domanda di beni proveniente da nazioni trainanti come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Il merito di questa resistenza commerciale va attribuito in gran parte alle micro e piccole realtà artigiane. I settori manifatturieri tradizionali, tra cui l’agroalimentare, la moda, la lavorazione dei metalli e il comparto del mobile, costituiscono ben il cinquantaquattro per cento dell’export riminese indirizzato in quell’area geografica. In termini finanziari, queste piccole imprese hanno mosso capitali per quasi nove milioni di euro, limitando le perdite a un impercettibile zero virgola sette per cento rispetto alle rilevazioni precedenti.

Dietro ai numeri incoraggianti delle vendite si nasconde però l’ombra di una potenziale paralisi recessiva. L’associazione di categoria ha infatti avvertito le istituzioni sui rischi letali legati all’approvvigionamento di gas e petrolio, materie prime che l’Italia importa per oltre il ventisette per cento proprio dal bacino mediorientale. L’ipotesi di un blocco navale nello stretto di Hormuz provocherebbe un’impennata insostenibile delle tariffe. Un simile shock energetico andrebbe a colpire duramente un sistema imprenditoriale riminese già sotto forte pressione, dove, alla fine dello scorso anno, quasi un quarto degli operatori manifestava già profonda angoscia per le spese di gestione. Un nuovo rincaro rischierebbe ora di azzerare definitivamente i margini di profitto e di bloccare i futuri investimenti sul territorio.