Un viaggio della speranza trasformato in un incubo logistico e umano, con nove persone ammassate all’interno di una singola vettura, alcune delle quali costrette a viaggiare chiuse nel bagagliaio pur di varcare il confine. È questo il quadro accusatorio che vede tre persone imputate per traffico di esseri umani e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’udienza preliminare è attesa per la giornata di giovedì, quando il giudice per le indagini preliminari Raffaele Deflorio sarà chiamato a decidere sul rinvio a giudizio degli indagati e a sciogliere il nodo sulla competenza territoriale del procedimento, ovvero se il processo debba svolgersi a Rimini o essere trasferito a Trieste.
I fatti risalgono al febbraio del 2024, quando la Polizia di Stato fermò una Fiat Croma nei pressi del capoluogo giuliano. Alla guida si trovava un cittadino albanese di 24 anni. L’ispezione del veicolo rivelò una scena drammatica: a bordo erano stipati nove cittadini di origine afghana, provenienti dalla rotta balcanica, compressi nell’abitacolo e nel vano bagagli nel tentativo di raggiungere l’Europa occidentale.
Messo alle strette dagli agenti, il conducente ammise le proprie responsabilità, spiegando che il prezzo richiesto per quel tragitto disumano era di 1500 euro a persona per il solo attraversamento della frontiera tra Slovenia e Italia. Dalle dichiarazioni del ventiquattrenne emersero però dettagli che allargarono il perimetro delle indagini fino alla Romagna. L’auto utilizzata per il trasporto, infatti, non era di sua proprietà ma apparteneva a una donna di 30 anni, di origine siciliana ma residente a Rimini, assistita legalmente dall’avvocato Matteo Paruscio. Nella rete organizzativa sarebbe coinvolto anche un uomo di 40 anni, di nazionalità macedone, difeso dall’avvocato Sonia Giulianelli.
Secondo la ricostruzione fornita dal “traghettatore”, il sistema criminale prevedeva una gerarchia precisa: un organizzatore non identificato gestiva i flussi fino alla Slovenia; una volta arrivati i migranti al confine, il quarantenne macedone veniva allertato e attivava a sua volta il giovane albanese, il quale partiva con l’auto messa a disposizione dalla donna residente a Rimini per effettuare il recupero in Friuli. Nelle prossime ore il Tribunale dovrà stabilire se la regia dell’operazione, partita dalla Romagna con il mezzo di trasporto, sia sufficiente a radicare il processo a Rimini o se la competenza spetti ai giudici di Trieste, luogo dell’accertamento del reato.












