Cronaca. Roma, torture e sequestri a Primavalle: baby gang a processo per estorsioni su commissione

Una sedia, delle corde, mazze e acqua bollente. E un telefono sempre acceso a riprendere tutto. È quanto emerge dagli atti dell’inchiesta coordinata dal pm della Direzione distrettuale antimafia Carlo Villani che ha portato a processo una baby gang operante nel quartiere romano di Primavalle, nella zona nord-ovest della capitale.

Il gruppo era composto da sette persone, tre maggiorenni e quattro minorenni, e agiva con un metodo preciso: sequestri lampo tra coetanei, pestaggi prolungati e richieste di denaro legate a debiti di droga, prevalentemente hashish.

Le torture nel garage

Il primo episodio risale ai primi giorni del 2025. Una vittima minorenne viene prelevata con la forza, caricata su un’auto e condotta in un garage in zona via Pentimalli. Qui viene immobilizzata a una sedia con mani e piedi legati e colpita ripetutamente con bastoni, mentre le veniva puntato un coltello alla gola. Le richieste oscillavano tra i 30 e i 37mila euro, in alternativa anche l’auto della madre della vittima. Quando diventa chiaro che il denaro non c’è, la violenza si intensifica, arrivando a colpire il ragazzo anche con il calcio di una pistola.

Poche settimane dopo si replica la scena con una vittima diversa. Stesso garage, stessa sedia, stesse corde. Questa volta viene aggiunta l’ustione con acqua bollente versata sui piedi, mentre il coltello torna davanti alla gola e le minacce vengono estese ai familiari. La somma richiesta scende a duemila euro.

I video come strumento di potere

Tutto veniva filmato con i telefoni cellulari degli aggressori. Le registrazioni, sequestrate dagli investigatori, mostrano i membri del gruppo che parlano in camera, scandiscono le cifre, umiliano le vittime mentre implorano. I video non erano girati per uso privato: circolavano su WhatsApp come prova tangibile che le minacce erano reali. Il cellulare, in questa storia, era parte integrante del metodo criminale.

Le minacce proseguivano anche a distanza, attraverso messaggi su Telegram nei quali gli indagati annunciavano ritorsioni fisiche gravi nei confronti di chi non avesse pagato.

La bomba artigianale

Nel corso delle indagini è emerso anche il posizionamento di un ordigno artigianale davanti a un complesso di case popolari Ater. L’esplosione ha danneggiato le strutture senza causare feriti solo per circostanze fortuite.

Il processo

Le indagini, avviate lo scorso anno, si sono concluse il 3 marzo con la richiesta di processo immediato per i maggiorenni coinvolti, mentre le posizioni dei minorenni sono state trasmesse alla procura competente. Le immagini recuperate dai telefoni sequestrati costituiscono il nucleo probatorio principale a carico degli imputati.