Un’organizzazione metodica che lucrava sulla speranza di una vita migliore, stipando fino a nove persone nel bagagliaio di un’auto per varcare il confine italiano. Questo è lo scenario al centro dell’udienza preliminare prevista per giovedì 16 gennaio 2026, quando il gip Raffaele Deflorio dovrà sciogliere il nodo sulla competenza territoriale del processo. Al centro del caso, tre persone accusate di traffico di esseri umani e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, la cui rete era stata smantellata nel febbraio 2024 dalla Polizia di Stato durante un controllo vicino a Trieste.
L’indagine ha preso il via quando gli agenti hanno intercettato una Fiat Croma carica di migranti. Alla guida si trovava un cittadino albanese di 24 anni che, una volta fermato, non ha potuto negare l’evidenza. Secondo quanto riferito dal giovane agli inquirenti, il costo per ogni passeggero per superare la frontiera tra la Slovenia e l’Italia era fissato a 1.500 euro. I viaggiatori, tutti di nazionalità afghana e reduci dalle sofferenze della rotta balcanica, venivano trasportati in condizioni disumane, ammassati persino nel vano bagagli della vettura pur di massimizzare il profitto del viaggio.
Il racconto del “traghettatore” ha però aperto uno squarcio su una struttura più complessa. L’uomo ha spiegato che il veicolo utilizzato apparteneva a una donna siciliana di 30 anni residente a Rimini, difesa dal legale Matteo Paruscio, la quale agiva in concorso con il compagno, un macedone di 40 anni assistito dall’avvocato Sonia Giulianelli. Stando alla versione del 24enne, la gestione della tratta era affidata a un organizzatore rimasto ignoto, il quale coordinava l’arrivo dei migranti in Slovenia. Una volta giunti a destinazione, il 40enne macedone avrebbe ricevuto l’avviso e mobilitato l’autista albanese affinché partisse da Rimini con l’auto della trentenne per effettuare il “carico” in Friuli.
La questione legale ora si sposta sulla sede del tribunale. Dopo un’eccezione sollevata nella precedente udienza, il gip dovrà stabilire dopodomani se il procedimento debba restare a Rimini o essere trasferito integralmente a Trieste, luogo dove avvenne materialmente il fermo e la scoperta dei clandestini. La decisione segnerà un punto cruciale per il prosieguo del giudizio nei confronti dei tre indagati, chiamati a rispondere di una gestione definita disumana dei flussi migratori irregolari.











