Cronaca. San Mauro Pascoli, violentata sulla ciclabile a dicembre: la vittima rompe il silenzio e accusa le falle nella sicurezza

Ha deciso di rinunciare all’anonimato per denunciare non solo la brutalità subita, ma anche le gravi lacune di un sistema che non l’ha protetta. Lucia Romagnoli, la 47enne vittima della violenza sessuale avvenuta lo scorso 5 dicembre a San Mauro Pascoli, ha affidato il suo sfogo a una lunga intervista apparsa ieri sulle colonne di Cesena Today. Una testimonianza lucida e dolorosa, volta a trasformare un trauma personale in una battaglia civile per la sicurezza.

L’aggressione si era consumata in pieno giorno, poco dopo mezzogiorno, lungo la pista ciclabile del Rio Salto, nei pressi di una celletta mariana appena restaurata. In quel luogo, dove la donna era solita fare jogging sentendosi al sicuro, si è materializzato l’incubo. Lucia ha raccontato di aver temuto per la propria vita, vivendo istanti di terrore puro che l’hanno segnata profondamente, portandola a dire di aver “seppellito una parte di sé” in quel parco.

Oltre al dolore fisico e psicologico, dalle parole della donna emerge una forte rabbia verso le istituzioni. Sebbene abbia elogiato l’umanità e la professionalità dimostrata dai sanitari e dai Carabinieri nell’immediatezza dei fatti, la 47enne ha puntato il dito contro le falle normative che hanno permesso al suo aggressore di agire. L’uomo, attualmente in carcere, era infatti una persona già nota alle forze dell’ordine, sottoposta all’obbligo di firma e in attesa di un decreto di espulsione che sarebbe dovuto scattare pochi giorni dopo. La vittima si chiede come fosse possibile che un soggetto con tali precedenti, e che pare avesse già tentato di molestare un’altra donna nella stessa zona, fosse libero di circolare.

Nel suo intervento, Lucia ha respinto le retoriche politiche sulla castrazione chimica, definendole inutili se non accompagnate dall’applicazione rigorosa delle leggi già esistenti, come le espulsioni immediate e la certezza della pena. Ha inoltre denunciato un paradosso burocratico e sanitario: mentre è costretta a sottoporsi a pesanti profilassi farmacologiche per prevenire malattie infettive, la legge sulla privacy le impedisce di conoscere lo stato di salute del suo aggressore. A questo si aggiunge l’obbligo di rispettare le fasce orarie per le visite fiscali Inps, una restrizione che la costringe in casa, impedendole quelle attività all’aperto che sarebbero utili per elaborare il disturbo da stress post-traumatico diagnosticatole.

La donna ha spiegato di essere tornata sul luogo della violenza, mai da sola, nel tentativo di riappropriarsi della sua vita, pur ammettendo che la sua percezione della sicurezza è cambiata per sempre. Un percorso di rinascita che sta affrontando con il supporto psicologico esteso a tutta la sua famiglia, anch’essa travolta dalle conseguenze di quel venerdì mattina.