Cronaca. Teheran, ultimatum Usa: pronti a distruggere l’Iran se blocca il petrolio. Ma i Pasdaran non cedono. La Turchia schiera i Patriot

L’undicesima giornata di guerra in Medio Oriente è segnata da un durissimo scontro a distanza sulle forniture energetiche globali. Mentre i bombardamenti continuano a devastare il territorio iraniano e libanese, le massime autorità statunitensi e la leadership di Teheran si stanno scambiando pesanti avvertimenti legati al transito del greggio navale.

Il presidente americano ha lanciato un severo monito all’indirizzo dell’Iran, assicurando che un eventuale blocco commerciale nello Stretto di Hormuz scatenerebbe una rappresaglia militare statunitense venti volte più violenta rispetto alle offensive viste finora, con il chiaro intento di annientare in via definitiva le infrastrutture della nazione. La risposta delle Guardie Rivoluzionarie non si è fatta attendere. I vertici militari di Teheran hanno infatti garantito che le esportazioni di idrocarburi saranno completamente paralizzate per tutta la durata delle ostilità. In linea con questa posizione intransigente, la diplomazia e il parlamento iraniano hanno escluso in maniera categorica qualsiasi ipotesi di cessate il fuoco, ribadendo la totale indisponibilità a intavolare trattative con i nemici storici.

Sul piano strettamente militare, la situazione umanitaria risulta sempre più critica. Nel corso della notte appena trascorsa, una massiccia ondata di raid aerei sulla capitale iraniana ha causato il decesso di almeno quaranta civili. Stando ai bollettini governativi, dall’inizio dell’operazione congiunta israelo-americana partita lo scorso 28 febbraio, avrebbero perso la vita quasi quattrocento tra donne e minorenni, subendo inoltre la sistematica distruzione di decine di strutture ospedaliere e mezzi di soccorso. Sul fronte opposto, il primo ministro israeliano ha rivendicato i gravissimi danni inferti alla rete di potere nemica, confermando l’intenzione di portare avanti la campagna armata. Nella mattinata di oggi, peraltro, le sirene di allarme sono tornate a suonare nelle città del centro di Israele a causa di un vettore balistico lanciato dall’Iran e prontamente disinnescato dai sistemi di difesa.

L’allargamento del conflitto sta infiammando l’intera regione del Golfo. Le forze di Teheran hanno scagliato sciami di droni e missili contro il territorio degli Emirati Arabi Uniti, del Bahrein e in direzione di una base militare americana collocata nel Kurdistan iracheno. L’immediata conseguenza di questa instabilità è stata la drastica riduzione dell’estrazione quotidiana di petrolio da parte dei principali Paesi arabi, mentre le autorità irachene hanno diffidato formalmente Washington dall’utilizzare il proprio spazio aereo per condurre gli attacchi. Parallelamente, la morsa di Tel Aviv si stringe sul Libano: l’esercito ha intimato lo sgombero immediato dei residenti a sud del fiume Litani per colpire duramente le roccaforti e l’intero sistema finanziario del gruppo Hezbollah, spingendo i presìdi diplomatici statunitensi a sollecitare la fuga tempestiva dei propri connazionali da Beirut.

Sullo scacchiere internazionale si susseguono i movimenti diplomatici. Il Cremlino ha confermato che, durante la telefonata avvenuta ieri, la presidenza russa ha sottoposto al governo statunitense alcune specifiche proposte per disinnescare la crisi, pur senza assumere ufficialmente il ruolo di mediatore. In Europa, il presidente del Consiglio dell’Unione ha condannato aspramente l’uso indiscriminato degli armamenti. Per far fronte all’imminente onda d’urto economica, i leader governativi di Italia, Germania e Belgio hanno programmato per la giornata di oggi un vertice telematico straordinario incentrato sulle politiche energetiche, mentre il governo turco si sta mobilitando per schierare i sistemi difensivi Patriot ai propri confini orientali in stretto coordinamento con la Nato.