Da “barbari” a “saggi”. La sinistra riabilita persino Bossi per colpire Matteo

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  • Lo sport più diffuso dopo le elezioni è, da sempre, il salto sul carro del vincitore. Ma è tallonato da un’altra attività tanto meschina quanto diffusa: il tiro allo sconfitto. In questo caso il perdente è Matteo Salvini che, per esser chiari, ha lasciato sul campo un sacco di voti ma, tecnicamente, perdente non è. Tuttavia il notevole flop elettorale della Lega ha dato modo agli sconfitti di sinistra (loro sì, perché nelle urne hanno perso veramente) di scatenare il loro odio ancestrale contro Matteo Salvini. Per la stampa engagé è diventato tutto secondario: dalla guerra in Ucraina al caro bollette, dal riscaldamento globale alla lotta per i diritti di genere, persino il sempiterno allarme del ritorno del fascismo e delle sue squadracce è stato momentaneamente accantonato. La priorità assoluta è una e soltanto una: sparare a palle incatenate contro il Capitano. Comprendiamo che di fronte a una sconfitta così cocente è necessario distrarsi, cercare qualcuno a cui le cose non sono andate particolarmente bene e autoconsolarsi pensando: beh, alla fine a lui è andata peggio. Anche se – come è evidente – così non è, anche perché il Carroccio, bene o male, sarà al governo, la sinistra no. Il rischio – che in questo caso si consolida in una certezza -, è quello di scadere nel ridicolo. Operazione perfettamente riuscita. Nel tentativo di sparare fango sul leader della Lega, l’intellighentia rossa ha persino riabilitato Bossi e i bossiani. Un testacoda ideologico non da poco. Dopo aver sbeffeggiato per decenni i barbari in canottiera, le ampolle, gli elmi da vichingo, i pratoni fangosi di Pontida, le folle urlanti e ruttanti, le acque rigeneranti del Po e i vari riti di dubbia origine celtica, ora tutto viene purificato nel lavacro ideologico del progressismo. Contrordine: i barbari non sono più barbari, anzi sono diventati dei damerini. La narrazione è elementare: Salvini è l’orco padano che ha abbrutito la Lega, il Senatùr il vecchio saggio a cui è stato sottratto il balocco e traviato la sua creatura. La Repubblica, in trance agonistica, riesce persino a riabilitare Angelo Ciocca, il sulfureo europarlamentare che nel 2018 imbrattò con le scarpe la relazione di Moscovici. A noi è sempre stato simpatico, ma dalle parti dei progressisti era visto come un cafone chiassoso e parvenu. Ora – per gli osservatori progressisti – è uno dei tanti alfieri della palingenesi del Carroccio, un eroico componente della corrente che farà opposizione all’uomo che voleva chiudere i porti e citofonava agli spacciatori. Ovviamente qualcosa non torna: la storia recente ci insegna che quando la sinistra punta su qualcuno di destra c’è sempre una fregatura: non sanno scegliersi i loro leader, figuriamoci quelli degli altri.

    D’altronde, a quelle latitudini, c’è sempre stata una certa tentazione leghista. Ai tempi del primo governo Berlusconi, quando Bossi fece cadere l’esecutivo, Massimo D’Alema in meno di un amen lo battezzò «costola della sinistra». E qualche anno prima, il 25 aprile del 1994, il Senatùr comparve all’improvviso, a Milano, nel bel mezzo del corteo per la commemorazione della liberazione professandosi fieramente antifascista. Persino Giorgio Bocca, alle elezioni amministrative del 1993, cedette alle sirene del primo Carroccio e votò Formentini: «Chi come me pensa che il sistema dei partiti abbia fatto il suo indecoroso tempo, chi è convinto che bisogna arrivare presto a una nuova legge elettorale, a una nuova costituzione, a facce nuove, in pratica a Milano non aveva scelta».

    Ma quella era tutta un’altra storia: ora cercano di blandire Bossi soltanto per far fuori Salvini e prendersi questa minuscola rivincita dopo una maiuscola batosta. Miserie della politica.


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