Draghi inverte la rotta. Vertice col premier libico per fermare gli sbarchi

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  • E poi, sì, anche la Libia. Non c’è solo il Recovery nell’agenda del governo, non basta superare il Covid per far ripartire il Paese. Ecco infatti che arriva a Roma il premier Abdelhamid Dabaiban perché quello di Tripoli, dicono a Palazzo Chigi, «è un dossier importantissimo», decisivo per il rilancio internazionale dell’Italia e, soprattutto, per l’immigrazione. Questione bollente, scivolosa, dai pesanti risvolti interni, che Mario Draghi affronta con serenità. «Sono convinto che si possa trovare una soluzione». Come? Scordiamoci il pugno duro e i blocchi marittimi, ma pure le porte spalancate, lasciamo da parte gli eccessi di populismo e di buonismo. L’obbiettivo «realistico» è una «politica coordinata» a livello europeo per tamponare la crescente influenza turca e un partenariato a guida italiana, che ha già il via libera di Washington. Salviamo i naufraghi, ma insomma, il problema va risolto. E l’Unione Europea si dia fare non soltanto «a parole», come ha spiegato giorni fa Supermario a Bruxelles.

    Draghi è volato a Tripoli all’inizio di aprile. Visita simbolica, la prima all’estero da presidente del Consiglio, e anche piuttosto concreta. Poi l’altra settimana il lungo faccia a faccia con Emmanuel Macron che ha segnato forse una svolta nello schieramento in campo: a quanto pare dopo anni Roma e Parigi, da sempre contrapposte nella difesa dei rispettivi interessi economici, stavolta staranno dalla stessa parte, con il governo riconosciuto dall’Onu. Venerdì Luigi Di Maio è così potuto andare a Tripoli per consegnare la chiave per riportare la Libia vicino all’Europa, la possibilità di entrare nel programmi di partnenariato della Ue, accompagnati da una notevole leva finanziaria. Soldi dell’Unione e sostegno al governo di transizione in cambio di un più efficace controllo degli imbarchi. La novità sta nel fatto che la proposta è europea e che l’Italia farà da cerniera.

    L’idea di fondo è di stringere un accordo quadro sulle migrazioni simile a quello con la Turchia sulla rotta est. E questo sarà oggi il tema di fondo del colloquio tra Draghi e Dabaiban, insieme agli aiuti, alla ricerca della pace definitiva, alla stabilizzazione e alla ricostruzione del paese. Dopo anni di confusione totale e di sostanziale abbandono delle posizioni, Roma cerca quindi di rientrare in gioco e di riprendere la sua naturale centralità nell’area.

    Tema cruciale perché, al di là delle questioni geopolitiche ed economiche internazionali, ce n’è un’altra molto più terra terra, di banale politica interna. Con il bel tempo sono ripresi gli sbarchi a Lampedusa e sulla costa della Sicilia e si è riaccesa la polemica sui confini di burro italiani. Nei giorni scorsi Luciana Lamorgese ha ricevuto al Viminale i rappresentanti delle Ong, tra cui Open Arms, rilanciando l’ipotesi di aprire nuovi corridoi umanitari. Immediata la replica di Matteo Salvini. «Prima le felpe di Letta, ora questi colloqui dal ministro dell’Interno. Lamorgese è al governo in Italia o in Spagna?». Draghi finora ha lasciato che i partiti della coalizione litigassero praticamente su tutto purché non disturbassero il manovratore. Battaglie vere o di bandiera, dallo ius soli alla legge Zan, dalla flat tax alla diatriba sulle riaperture: li ha fatti sfogare, tanto ha deciso sempre lui. Ma ora che arrivano altri provvedimenti impegnativi per il Piano di ripresa, di un altro fronte bollente e destabilizzante come l’immigrazione a Palazzo Chigi non se ne sentiva alcun bisogno.


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