Essere una comunità da lontano per combattere gli «zombie chimici» … di Angela Venturini

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print
  • Le proposte di Reggini Auto

  • Riceviamo e pubblichiamo

    La campana della chiesa suona a morto. La sua eco si congiunge con i rintocchi della chiesa di un altro castello. C’è molto silenzio in giro e ora i suoni si propagano indisturbati nell’aria. 

    Abituati a pensare in modo antropocentrico, convinti che tutto debba essere a servizio dell’Uomo, abbiamo perso di vista chi siamo e il rapporto con il pianeta che ci ospita. 

    Ce ne accorgiamo ora, che stiamo contando i morti e dobbiamo misurarci con la smisurata solitudine delle nostre giornate. Anziani rimasti totalmente soli, ragazzini rinchiusi per ore e ore in una cameretta di pochi metri, giovani che fanno le flessioni sul terrazzo per cercare di mantenersi in esercizio. Tutto per contrastare un animaletto infinitesimale che si nutre del nostro corpo e se questo corpo muore, passa in un altro. Solo se non lo trova, muore. 

    Ci sono studi scientifici molto approfonditi, e anche molto interessanti, sull’origine dei virus, sulla loro evoluzione e sul loro passaggio da una specie all’altra. Dimenticate le improbabili teorie complottistiche che scorrazzano sul web e che svelano tanto improbabili quanto impossibili congiure spionistiche internazionali. Trame alla James Bond tra super potenze per conquistarsi il primato dei mercati internazionali.  A smentirle, basta il crollo dell’economia da una parte all’altra del pianeta. 

    Secondo la scienza, l’origine dei virus va collocata con ogni probabilità nello scenario della stessa origine della vita, tra i 3.5 e i 3 miliardi di anni fa, quando si formano nicchie ambientali favorevoli allo sviluppo delle prime entità biologiche. Dato che i virus sono «zombie chimici» (piccoli genomi racchiusi in una membrana proteica, che per riprodursi devono entrare nelle cellule e utilizzarne i meccanismi), tutte le teorie sulla loro genesi sono tese a spiegare quei tratti morfologici e biochimici.

    Oltre che antichissimi, sono onninvadenti (un milione di particelle virali in una goccia d’acqua, a fronte di 100.000 batteri) e infinitesimali (dai 20 ai 750 nanometri, in forme spesso bizzarre). In molti casi sono utili su tutta la scala biologica, anche se per noi, uomini moderni, la loro fama sembra ormai dimensionata solo sulla minacciosità patogena. 

    I nostri antenati preominidi convivono coi microbi e i loro vettori (pulci, vermi, protozoi, salmonella, staffilo e streptococchi) senza troppe conseguenze. Ci vogliono millenni per sviluppare le prime zoonosi. Quando l’uomo comincia ad aggregarsi in comunità urbane e comincia ad alterare gli equilibri naturali con la deforestazione, l’agricoltura, la pastorizia, le grandi opere ingegneristiche, insieme alle crescenti diseguaglianze sociali, vengono progressivamente a crearsi i tratti tesi a formare nuove nicchie ecologiche per gli agenti patogeni. Infatti, le zoonosi si moltiplicheranno, con l’uomo che contrae patologie dai cani (scabbia, morbillo, tigna), dai bovini (vaiolo, tubercolosi, tenia), dagli ovini (distoma, febbre maltese, carbonchio), dai maiali (trichinosi), dagli uccelli acquatici (influenza) e dai roditori (peste). *

    La storia è ancora lunga, ma anche questo breve incipit fa capire come anche il Covid-19 non faccia altro che seguire le tracce di una storia che si evolve da milioni di anni. L’unica differenza rispetto al passato è che oggi la vita umana ha un valore giuridico e morale, pertanto viene tutelata in ogni sua fase e condizione. Ci sono sistemi sanitari per curare ogni tipo di patologia, scienziati per la ricerca medica e farmacologica, macchinari e strumenti di alta tecnologia, professionisti in grado di applicare queste conoscenze e indirizzarle alla cura. 

    Ma il virus conosce solo le leggi della natura. Sa che se vuole sopravvivere deve saltare da un corpo umano a quell’altro. Inizialmente, ci era stato detto che i più esposti erano gli anziani, chi era affetto da patologie gravi e le persone più fragili. Chi non rientrava in queste categorie, si era sentito tranquillo. Insomma, si è verificata la stessa situazione dell’epidemia da HIV: tante persone si sono sentite in qualche modo protette, con il risultato che si sono ammalate. 

    Oggi sappiamo che il Covid-19 non fa distinzione tra giovani e anziani, tra sani e malati. Si attacca ovunque. L’unica maniera per sconfiggerlo è impedirgli di saltare da un corpo all’altro. 

    Per questo dobbiamo stare a casa. Per questo è vietata ogni forma aggregativa. Per questo dobbiamo imparare ad essere una comunità da lontano e a prepararci a tempi lunghi, perché lui, il Covid-19, è abituato a vivere a lungo. 

    Angela Venturini

    *da un saggio sul Coronavirus di Sandro Modeo