Fatture o sussidio. La fotografia del Paese diviso

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È una rappresentazione dell’Italia divisa in due quella che emerge dalle ricerche in Google degli ultimi giorni: con una parte del paese che cerca di capire cosa debba fare di fronte alle nuove regole in materia di fattura elettronica, e l’altra metà che prova invece a districarsi tra le procedure necessarie per accedere al reddito di cittadinanza.

La diatriba di questi giorni tra il ministro Erika Stefani e il presidente campano Vincenzo De Luca potrebbe essere letta a partire da qui: dalle responsabilità condivise di una classe politica italiana che, da un lato, continua a vessare quanti provano a produrre benessere e, dall’altro, seguita a promettere risorse non meritate a quanti avrebbero bisogno di più opportunità e non di soldi, di più libertà e non di aiuti.

Dovrebbero allora riflettere su questa fotografia dell’Italia odierna quanti, specie al Sud (ma non solo: basti osservare certe prese di posizione del Pd veneto), continuano a contrastare ogni ipotesi autonomistica e seguitano a difendere l’esistente, senza comprendere come questa Italia unificata dallo statalismo faccia danni al Nord con un’invadenza tributaria abnorme e al Sud con un assistenzialismo che non offre prospettive di sviluppo, spingendo a emigrare. In effetti, se il governo Lega-M5S non riduce tassazione e regolazione, redistribuzione e spesa pubblica, ai giovani non resta che andarsene a cercare fortuna altrove.

Una tale rappresentazione di questo nostro paese spaccato in due è maggiormente eloquente di tante cifre e insegna molte più cose di quanto non facciano talune analisi che si credono sofisticate. In questi giorni, infatti, si sono spesso contrapposti i dati della Ragioneria generale dello Stato e i Conti pubblici territoriali, con l’intento di negare che la società settentrionale sarebbe penalizzata, dato che anzi il Mezzogiorno darebbe più di quanto non riceva.

Ovviamente non è così. E per giunta non si può sostenere che il Sud è sacrificato dal regime attuale e che, al tempo stesso, nulla va modificato per non togliere al Mezzogiorno le risorse necessarie ad assicurare gli stessi servizi sanitari o educativi. Se fosse vero che il Sud è maltrattato, per quale ragione si dovrebbe temere quella che è stata iperbolicamente definita la «secessione dei ricchi»?

In realtà bisogna prendere atto, ormai, che in Italia ogni questione pubblica è soprattutto una questione territoriale, e questo perché le politiche di spesa hanno approfondito il divario Nord-Sud, danneggiando la società nel suo insieme. Le politiche romane, durante quest’anno come molte volte in passato, hanno spremuto l’economia centro-settentrionale promettendo favori e privilegi al resto d’Italia. Qualcuno ha annunciato la fine della povertà, altri hanno pensato che il prezzo del latte (derivante dall’incontro di una serie di fattori) possa essere manipolato per ottenere un po’ di voti. Questa demagogia sta ora azzoppando il sistema produttivo, concentrato al Nord, dopo avere politicizzato all’ennesima potenza l’intero Mezzogiorno, sempre alla ricerca di favori.

Avviare un processo che responsabilizzi i territori e porti tutte le regioni a vivere delle proprie risorse (ciò che non ha nulla a che fare con i cosiddetti «costi standard») è l’unica strada che può liberare il Nord e il Sud al contempo. Il primo potrà disporre della sua ricchezza e il secondo si sottrarrà, finalmente, alle logiche assistenziali che da troppi decenni ne impediscono lo sviluppo.

Carlo Lottieri, Il Giornale.it

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