In queste ore sono tutti prodighi di consigli. Da destra, ma soprattutto da sinistra, è una rincorsa a suggerire e pressare Berlusconi. Metti la patrimoniale. No, basta un prelievo forzoso sui conti correnti. Vendi gli immobili (dello Stato) ma meglio ancora se li tassi (quelli dei privati). Anzi, la miglior soluzione è che ti fai da parte e lasci fare a un tecnico. Nonostante il rincorrersi di improvvisati consulenti economici, pochi hanno le idee chiare e il rischio di dare ai mercati la sensazione di aver perso il controllo è forte. Più insistono a cercare cure contro la crisi dei mercati finanziari e più i medici pasticcioni riescono a far aumentare il panico. In questo ovviamente aiutati dai giornali, i quali quando c’è da esagerare non sono secondi a nessuno: e quindi se scoppia un petardo scrivono che è esplosa la bomba atomica.
Ricordo un articolo di qualche anno fa sulla Stampa, a firma di un economista serio e pacato come Mario Deaglio, in cui si spiegava il ruolo dei media nelle crisi delle Borse: invece di far capire cosa stava accadendo, quotidiani e tv banalizzavano, suscitando un allarme esagerato. Il pezzo mi è tornato in mente leggendo quanto ha scritto l’ufficio studi della Banca d’Italia a proposito del debito pubblico nazionale. Mentre tutti si affannano a comprendere se sta per collassare e si rischia il fallimento, gli esperti di Palazzo Koch hanno messo nero su bianco che non c’è nessun pericolo di default anche se i tassi arrivassero all’otto per cento e la crescita a zero. Per almeno un paio d’anni non si rischierebbe nulla in quanto l’Italia sarebbe in grado di onorare il suoi impegni.
Chiaramente per gli uffici del governatore ciò non significa che si debba dormire sugli allori, rinviando le decisioni promesse all’Europa: vuol dire semplicemente che non c’è nulla di drammatico in quel che sta succedendo. Non siamo la Grecia e non rischiamo di diventarlo. Del resto gli scossoni borsistici e obbligazionari di questi giorni, come si è capito, non dipendono da noi, nel senso che l’epicentro del sisma non è concentrato a Roma, come qualcuno vorrebbe dare a credere, ma piuttosto ad Atene e in altre capitali europee, in particolare a Berlino e Parigi.
Se Papandreou non avesse esitato fino ad oggi ad adottare misure austere per il suo Paese e non si fosse fatto venire la bizzarra idea di sottoporre a referendum i tagli della spesa adottati, probabilmente non avremmo visto i listini di tutto il continente precipitare di sei o sette punti. E se la Cancelliera di gomma e il nanetto di Biancabruni non fossero in campagna elettorale, e dunque costretti a fare i gradassi per resuscitare nei sondaggi, l’euro e i titoli del debito pubblico non starebbero ogni giorno sull’ottovolante.
Purtroppo, se in Grecia si rischia l’incoscienza, in Francia e Germania siamo all’inconsistenza: non essendoci né Mitterrand né Kohl siamo in mano a due che si scambiano risatine alle spalle dei risparmiatori di tutta Europa e per una gag sono pronti a bruciare miliardi. In queste condizioni non resta che mantenere il sangue freddo e non farsi sopraffare dal panico.
Come era necessario il governo darà esecuzione immediata agli impegni contenuti nella lettera inviata a Bruxelles. Pensioni, modifiche al mercato del lavoro e liberalizzazioni diventeranno legge per decreto, mentre in una successiva norma saranno raggruppate le misure a favore della crescita. Non so se basterà a tranquillizzare gli animi e chi ha investito i propri quattrini. Probabilmente no, nel qual caso oltre a dire ciò che si farà, bisognerà farlo e senza frapporre ulteriori indugi ma vedendo di anticipare ciò che è previsto fra dieci anni.
Spazzar via tutto ciò che è d’intralcio è indispensabile, a cominciare dalla burocrazia per finire alle clientele. Una cosa però è assolutamente da evitare: ossia darla vinta a chi per calcolo politico o paura di perdere la poltrona tende ad esagerare la situazione, descrivendo scenari apocalittici e misure che mettono in fuga i capitali. L’unica cosa a cui mirano costoro è il ribaltone. Cioè approfittare della confusione e della paura da crack per poter mettere le mani su Palazzo Chigi e far fuori gli avversari politici. Un’operazione il cui costo, se andasse in porto, sarebbe pagato dal Paese intero. Non solo perché ogni volta che si drammatizza la condizione delle finanze nazionali salgono i tassi da versare a chi compra i titoli di Stato. Ma anche perché, per ripianare il mostruoso buco in tal modo creato, poi ricorrerebbero a una cura da cavallo fatta di tasse.
Fosse per loro anziché modernizzare l’Italia e ridurre le spese pazze introdurrebbero la patrimoniale, dando una stangata al ceto medio, sul quale verrebbe scaricato tutto il peso del risanamento. Con il risultato che, non avendo diminuito neppure di un euro gli sprechi, fra un paio d’anni ci ritroveremmo nella stessa situazione in cui versiamo ora. Con una sola differenza: saremmo tutti un po’ più poveri.











