Il cerchio magico di Bergoglio: chi conta davvero in Vaticano

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  • Papa Francesco è sostenuto dai “guardiani della rivoluzione”. Ma la sua “Chiesa in uscita” piace pure a progressisti e rivoluzionari laici.

    “Niente sarà più come prima”. Il vescovo Overbeck si riferiva al Sinodo panamazzonico, ma la frase può valere per l’intero pontificato di Papa Bergoglio.

    Papa Francesco sta dando attuazione al Concilio Vaticano II; Papa Francesco sta rivoluzionando la struttura curiale; Papa Francesco sta modificando, producendo “confusione dottrinale” o no, la dottrina cattolica; Papa Francesco sta umanizzando il papato; Papa Francesco sta mettendo all’angolo i conservatori; Papa Francesco è in linea con i movimenti popolari; Papa Francesco sta combattendo il capitalismo esasperato; La Chiesa di Papa Francesco si occupa sempre meno di morale e sempre più di “cose del mondo”, quali l’ecologismo.

    L’elenco sarebbe ancora lungo. Sono alcune delle versioni che circolano tra coloro che provano a sintetizzare, magari criticando, l’operato del primo pontefice sudamericano della storia ecclesiastica.

    E forse nessuna delle preposizioni presentate è davvero corretta o esaustiva. I bilanci sui pontificati – come ogni analista dovrebbe tenere a mente – non si stilano in corsa. Basti guardare all’ormai conclamata grandezza del pontificato di San Giovanni Paolo II – molto contestato mentre era sul soglio di Pietro – o a come Joseph Ratzinger sia stato rivalutato dal giorno dopo la rinuncia. Ma è certo come il Santo Padre regnante stia incidendo, e molto, sul dibattito universale. Di certo c’è anche come il vescovo di Roma abbia deinemici e degli avversari, che si trovano all’interno e all’esterno del panorama cattolico. Ed è rinomato, soprattutto, come il Santo Padre abbia degli sostenitori o comunque dei simpatizzanti che, a loro volta, non per forza abitano il contesto confessionale. Anzi, spesso le simpatie vengono suscitate negli animi dei laici.

    Nel corso del 2017, avevamo appuntato come le categorie della politica non potessero essere applicate ai paradigmi ecclesiastici: si tratta di un assunto attuale. Ma in questi due anni e mezzo le logiche interne alla Chiesa sono in parte cambiate. E il tempo consente di aggiornare il valore dei pesi attribuibili a quello o a quest’altro ecclesiastico. Quelli che sono ritenuti vicini per fedeltà (un tratto che è comune ad ogni fedele cattolico e che non interessa solo gli “amici di Bergoglio”), dottrina e persino per amicizia, al vertice della principale istituzione religiosa occidentale.

    “I guardiani della rivoluzione”

    I “guardiani della rivoluzione” – come usano definirli i tradizionalisti – sono ancora lì. Anzi, più di qualche “guardiano” è stato anche promosso. Monsignor Nunzio Galantino non è più il segretario generale della Cei. Il vescovo italiano ora si occupa di presiedere l’Apsa, che è l’ente deputato alla gestione del patrimonio dell’amministrazione apostolica della Santa Sede. Promoveatur ut amoveatur? Qualcuno, attorno ai sacri palazzi, pensa che la linea di Galantino – che si è distinto per la favorevolezza ad una gestione aperturista ai fenomeni migratori, in specie in opposizione a Matteo Salvini – fosse troppo divisiva. Tant’è che ora il segretario generale della Cei corrisponde al nome di monsignor Stefano Russo, che sta tenendo un profilo più basso, almeno in relazione all’interventesimo politico. Padre Antonio Spadaro, invece, dirige sempre La Civiltà Cattolica, dove scrive anche il politologo padre Francesco Occhetta. Monsignor Dario Edoardo Viganò è stato costretto a dimettersi dalla Segreteria della Comunicazione – un organo di cui era prefetto – in seguito alla vicenda della “lettera tagliata” di Benedetto XVI.

    E questa, rispetto al 2017, è una novità di rilievo. Papa Francesco non ha affatto esautorato Viganò dai suoi compiti: il pontefice argentino ha creato ad hoc l’incarico di “assessore” per il medesimo dicastero. E Dario Edoardo Viganò è ancora annoverato dal “fronte tradizionale” tra i “guardiani della rivoluzione”. Uno dei fattori che può essere notato sin da subito riguarda l’istituto religioso di appartenenza di molti “bergogliani”: il nuovo prefetto della Segreteria per l’Economia è un gesuita, padre Guerrero Alves. Gesuita è anche il cardinal Luis Francisco Ladaria Ferrer, che è succeduto al cardinale Mueller – un ratzingeriano di ferro – quale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Padre Bartolomeo Sorge è un altro gesuita che spesso dice la sua sulla situazione politica italiana. Padre Sosa Abascal, superiore generale della Compagna di Gesù, non è incaricato presso la Santa Sede, ma è molto seguito – quantomeno mediaticamente – dal punto di vista dottrinale: qualche mese fa ha negato l’esistenza fisica del diavolo. Difficile rintracciare una considerazione più rivoluzionaria di così. “Bergogliani” in senso teologico-culturale, poi, sono i gesuiti americani della rivista America. Il cardinal Joseph Louis Bernardin, che è deceduto negli anni 90′, ha lasciato una traccia indelebile della sua visione del mondo. Gli Stati Uniti sembrano divisi a metà: oltranzisti conservatori contro ultraprogressisti. E gesuita e progressista è anche padre James Martin, consultore della Segreteria per la Comunicazione, che ha spesso manifestato l’esigenza di costruire un “ponte” tra il cattolicesimo e la comunità Lgbt. Bergoglio ha anche ricevuto padre James Martin in udienza nel corso della fine di settembre.

    Quei consacrati che reggono le sorti della Chiesa cattolica

    Non tutti i cardinali, all’interno della Chiesa cattolica odierna, possono affermare di governare i processi teologici. Senza badare troppo alle dinamiche di potere: anche quelle sono riservate, come sempre nella storia ecclesiastica, a pochi. A presidere il C9 – ossia il consiglio ristretto che Jorge Mario Bergolio ha voluto per riformare la Curia – è Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga, che è stato tirato in ballo da un’inchiesta de L’Espressonel corso del 2017. L’honduregno, nonostante i presunti scandali, coordina ancora quello che nel tempo è diventato un C6.

    E sempre al cardinal Maradiaga vengono spesso associati i nomi di altri due membri del “cerchio magico” dell’ex arcivescovo di Buenos Aires: monsignor Edgar Pena Parra, sostituto della segreteria di Stato, e monsignor Juan Josè Pineda. Parra e Pineda non sono cardinali, ma sono finiti a loro volta al centro di accuse varie. Il cardinale Claudio Hummes è stato il relatore generale del Sinodo panamazzonico. Se c’è qualcuno che ha spinto per una Chiesa adagiata sulle richieste delle popolazioni indigene, con tutto quello che questa prossimità comporta, questi è proprio l’ex arcivescovo di San Paolo. Il Sud America – come si inizia ad intravedere con facilità – è un continente florido per il trittico pastorale di Francesco: “Terra, casa e lavoro”.

    Più in generale, si può affermare come i membri sudamericani del collegio cardinalizio guardino con favore all’operato del Papa regnante. L’episcopato argentino è “bergogliano” nella sua totalità. Ma anche tra le alte sfere ecclesiastiche degli Stati Uniti – tranne qualche rara eccezione – circola una comune convinzione attorno al buon operato del Santo Padre: i cardinali Donald Wuerl (dimessosi dall’arcivescovato di Washington), Blase J.Cupich, Kevin Joseph Farrell, che nel frattempo è diventato camerlengo della Chiesa cattolica, e Joseph William Tobin sono di sicuro tra i porporati più progressisti. E dopo lo scorso Conclave hanno trovato parecchio spazio.

    Così come progressista, almeno prima di essere “scardinalato” per le accuse relative ad abusi, era l’ex cardinal Theodore McCarrick. La Conferenza episcopale che può vantare un peso specifico maggiore, tra tutte quelli esistenti al mondo, è quella tedesca: il cardinale Reinhard Marx quello del finanziamento da 50mila euro a una Ong pro migranti – è ora a capo della “spending review” vaticana. Una necessità che viene considerata sempre più necessaria in Santa Sede. Il cardinale Walter Kasper continua a fare da guida dottrinale per l’avvenire cattolico. I tedeschi sono favorevoli ad una riforma in senso laico del celibato e della gestione ecclesiale. La tassa ecclesiastica, circa l’8% del reddito annuale di ogni cittadino teutonico che si professa cattolico, è la base di un patrimonio che Ratzinger – stando ai racconti delle persone a lui vicine all’epoca – avrebbe decurtato volentieri, abolendo la stessa tassazione. Ma la Chiesa tedesca con Bergolio sembra avere il vento in poppa. Il che, pensando alla nazionalità del predecessore dell’argentino, appare quasi paradossale.

    Tra i nomi futuribili – quelli che vengono ventilati sin da questo momento per il papato del domani – c’è quello del segretario di Stato, il cardinal Pietro Parolin, e quello dell’arcivescovo di Manila, ossia del cardinal Luis Antonio Tagle. Questi, almeno, sono i due nomi fatti in tempi non sospetti dal “principe dei vaticanisti” Sandro Magister. Ma c’è un’altra candidatura che sembrerebbe essersi rafforzata dopo l’ultimo Concistoro. Quello con cui Jorge Mario Bergoglio ha di fatto blindato la maggioranza assoluta del collegio cardinalizio. Il cardinal Matteo Maria Zuppi sembra in rampa di lancio.

    Volendo disegnare una mappatura completa degli insiemi cardinalizi che non hanno mai criticato l’azione della massima autorità religiosa del cattolicesimo, vale la pena citare il cardinale britannico Vincent Nichols e l’emisfero anglossane nella sua completezza. L’Africa è meno concorde su questi sei anni e mezzo, ma il cardinale Peter Turkson – prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale – viene di sicuro ascoltato dal Papa. Come non far presente, infine, le prossimità teologico-dottrinali persistenti tra la linea impressa da Jorge Mario Bergoglio e la Weltanschauung del cardinalKonrad Krajewski, l'”elettricista”? Il Presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali europee, Jean Claude Hollerich, è stato tra i primi a condividere con Bergoglio la preoccupazione sull’esplosione delle istanze sovraniste. Ora Hollerich fa parte del collegio cardinalizio.

    Un altro consacrato davvero vicino al Papa, che però non ha la dignità cardinalizia, è il segretario particolare di Bergoglio. Lo stesso che, per stessa ammissione del Vaticano, si sta per dimettere: monsignor Fabiàn Pedacchio.

    Il cardinal Matteo Maria Zuppi e la fronda dei “bergogliani” italiani

    Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, è stato creato cardinale. C’è la possibilità di evidenziare una forte campagna mediatica in favore del fatto che la scelta di Papa Bergoglio sia ricaduta proprio su Zuppi, unico italiano selezionato per il Concistoro di ottobre. Gli arcivescovi di Venezia, Milano e Torino sono rimasti fuori. Un sostegno, quello per Zuppi, che proviene soprattutto dalle fonti mediatiche progressiste. La politica, con Nicola Zingaretti e Monica Cirinnà, ha esultato a sua volta per la dignità cardinalizia di “don Matteo” da Trastevere. Chissà che la porpora non possa rappresentare il preambolo di qualcosa di ancora più importante in termini di incarichi. Nel Balpaese risiede un considerevole insieme di “bergogliani”.

    Tra i cardinali, è possibile citare Giovanni Angelo Becciu, Beniamino Stella, Francesco Montenegro e Francesco Coccopalmerio. Per i vescovi, poi, basterebbe ricordare monsignor Giancarlo Perego, che è etichettato come il “vescovo dei migranti”. L’episcopato italiano è tutto poggiato, com’è normale che sia, sulla pastorale del pontefice regnante. Dalle “Comunità Laudato Sì” di Monsignor Domenico Pompili al “vescovo di popolo”, l’arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini: i presuli italiani sono molto legati ai contenuti della “teologia del popolo” di Francesco. Per gli aspetti bioetici, c’è monsignor Vincenzo Paglia, sempre presidente della Pontificia Accademia per la Vita. La situazione sembra cambiare quando dalle alte sfere si passa ai parroci, che sono costretti a fare fronte a problemi ben più pragmatici.

    Vale la pena, poi, procedere con un’elencazione delle realtà, ecclesiastiche o no che siano, che meglio di altre, durante questo pontificato, sembrano aver declinato sul piano pratico le indicazioni teoriche di Papa Francesco sulla “Chiesa in uscita” e sulla Chiesa “ospedale da campo”: la Comunità di Sant’Egidio, il Centro Astalli, la Caritas italiana, la Fondazione Migrantes e così via. Sono sigle che abbiamo imparato a conoscere meglio, soprattutto raccontando la dialettica attorno alla gestione dei fenomeni migratori. Da Andrea Riccardi a Padre Camillo Ripamonti: pure in relazione a quest’ultima fattispecie non è semplice essere esaustivi.

    I giornalisti filo-Bergoglio

    Esiste un insieme, composto da giornalisti e comunicatori, che sostiene volentieri le mosse papali. Tre nomi li abbiamo già fatti nel precedente resoconto: Andrea Tornielli, che ora è il direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione, Stefania Falasca e Gianni Valente. Paolo Ruffini, invece, ha sostituito mons. Dario Edoardo Viganò come prefetto della Segreteria per la Comunicazione. Ma è possibile non limitarsi a questi nomi. Tra i giornalisti meno critici o per nulla critici, è lecito prendere in considerazione Paolo Rodari, il vaticanista di Repubblica, e Lorenzo Fazzini, che ha da poco dato alle stampe col cardinal Matteo Maria Zuppi un libro che sembra un manifesto politico-programmatico: “Odierai il prossimo tuo come te stesso. Perché abbiamo dimenticato la fraternità. Riflessioni sulle paure del tempo presente”, che è edito da Piemme. Poi c’è Andrea Monda, direttore de L’Osservatore Romano. Comunque sia, può essere fatto notare come il clima, rispetto al pontificato precedente a questo, sia parecchio cambiato: il tenore degli attacchi subiti da Joseph Ratzinger sembra acqua passata.

    Le simpatie suscitate nella sinistra culturale

    Eugenio Scalfari, ogni tanto, scrive su Repubblica del pensiero teologico di Jorge Mario Bergoglio. Il Vaticano, come nell’ultimo caso, smentisce. Non è un mistero: il Santo Padre suscita le simpatie dei laici progressisti. Roberto Vecchioni ha dichiarato a Tv2000 che “Il segreto di Francesco è quello di portarsi Gesù sul viso, perché veramente lui ha Gesù sul viso”. Francesco Guccini si è presentato in piazza San Pietro per l’incontro tra il Papa e la diocesi di Bologna. Fausto Bertinotti ha di recente elogiato Papa Francesco e criticato alcune tesi del papa emerito Benedetto XVI. Roberto Benigni ha presentato un libro del Santo Padre. Lo stesso Roberto Benigni che aveva apostrofato così San Giovanni Paolo II: “Wojtylaccio”. Si tratta di pochi esempi, ma sono utili a far comprendere come la pastorale di Jorge Mario Bergoglio sia riuscita a coinvolgere personalità considerate culturalmente lontane ai tempi di papa Benedetto XVI. Il Giornale.it