Il Collettivo San Marino per la Palestina vuole togliere gli appartamenti dello Stato ai sammarinesi per darli ai palestinesi. La spiegazione della loro ultima lettera anche al Consiglio

L’altro ieri ai Capitani Reggenti, al Congresso di Stato, alla Commissione Consiliare Esteri e Sicurezza e a tutti i membri del Consiglio Grande e Generale è arrivata una lettera formale, datata 20 gennaio 2026, firmata dal Collettivo San Marino per la Palestina (nessuna firma, nessun elenco, non si sa chi siano). Non un appello generico, non un testo emotivo, ma un documento strutturato, scritto con linguaggio amministrativo e con un obiettivo preciso: accompagnare e blindare una decisione politica già incardinata.

LA POLITICA DEVE SOLO RATIFICARE QUELLO CHE LORO HANNO GIA’ DECISO. 

La lettera informa che il progetto di “evacuazioni mirate dalla Striscia di Gaza” sarebbe attivo dal 10 novembre 2025 e già sviluppato attraverso contatti costanti con i Dipartimenti di Affari Esteri e Sanità, con Caritas e con la Diocesi (senza che nessuno sapesse nulla). Il messaggio implicito è chiaro: non si tratta di una proposta da valutare, ma di un percorso già avviato che ora richiede solo di essere completato. TIPO UN’IMPOSIZIONI DA ACCETTARE SENZA FIATARE. 

Il documento spiega poi che sono state esplorate le possibilità di accoglienza tramite alloggi privati e strutture ecclesiastiche, ma che tali soluzioni si sono rivelate insufficienti o impraticabili, anche perché molti spazi sono ancora occupati da profughi ucraini. Da qui la conclusione che l’unica strada percorribile sia l’utilizzo di immobili pubblici. 

Viene quindi dichiarato che, attraverso l’analisi dell’elenco dei fabbricati pubblici e sopralluoghi con la Protezione Civile e il Dipartimento Affari Esteri, sono state individuate cinque unità abitative pubbliche, ritenute idonee a un uso emergenziale e formalmente fuori dall’edilizia convenzionata. Di queste, tre verrebbero destinate a circa 30 palestinesi, di cui una a Montegiardino dicono, organizzati in più nuclei familiari, mentre due resterebbero disponibili per eventuali emergenze interne.

APPARTAMENTI DELLO STATO SAMMARINESE SOTTRATTO AI CITTADINI BISOGNOSI PER DARLO AI PALESTINESI

La lettera precisa che non si tratterebbe di soggiorni definitivi, (!!!) e che – tenetevi forte – non verrebbero sottratte case ai cittadini sammarinesi e che non vi sarebbe un impatto sull’edilizia sociale.

FOLLIA!

Viene inoltre affermato che i costi sarebbero contenuti, (!!!) limitati a manutenzione ordinaria, e che il Collettivo si renderebbe disponibile con volontari e, se necessario, con raccolte fondi private, MA PRIMA PAGA LO STATO. Le persone da accogliere vengono descritte come famiglie, minori e soggetti fragili.

Infine, il documento contesta apertamente la linea emersa dopo la conferenza stampa del Governo del 19 gennaio, secondo cui l’accoglienza dovrebbe avvenire esclusivamente tramite immobili privati. Secondo il Collettivo, questa impostazione renderebbe il progetto di fatto irrealizzabile.

Questa è la lettera. Ed è proprio da qui che iniziano le considerazioni.

Il primo elemento che colpisce è il metodo. Presentare un progetto come già avviato da mesi significa ridurre drasticamente lo spazio del dibattito politico. Il Consiglio non viene chiamato a decidere se sia opportuno o meno intraprendere questa strada, ma solo a ratificare una scelta già costruita altrove. UN’IMPOSIZIONE? In uno Stato piccolo come San Marino, questo non è un dettaglio, ma una forzatura istituzionale.

Il secondo nodo è quello degli immobili pubblici. Dire che “non si tolgono case ai sammarinesi” è una frase tecnicamente studiata, ma sostanzialmente fuorviante. Quelle abitazioni, anche se oggi non rientrano nell’edilizia convenzionata, fanno parte del patrimonio pubblico e svolgono una funzione sociale precisa: rappresentano una riserva per chi non può permettersi un appartamento sul mercato libero. Giovani coppie, lavoratori con redditi bassi, anziani soli, famiglie che attraversano difficoltà improvvise. Sottrarre appartamenti, POI IN QUESTO MOMENTO, a questa disponibilità significa ridurre le possibilità dello Stato di rispondere a bisogni interni futuri. Non si tolgono case a qualcuno oggi, ma si tolgono opzioni a chi ne avrà bisogno domani … ma forse con questa penuria di case anche nell’immediato. 

C’è poi la questione della temporaneità. Il termine viene ripetuto più volte, ma non è accompagnato da alcuna garanzia giuridica. Nessuna scadenza, nessuna condizione di uscita, nessun automatismo che imponga la cessazione dell’accoglienza. In assenza di limiti scritti, il temporaneo rischia di diventare strutturale per semplice inerzia amministrativa.

Sul fronte dei costi, la lettera minimizza e rassicura, ma evita accuratamente di quantificare. Non vengono considerati i costi indiretti, che in un’operazione di questo tipo sono tutt’altro che marginali: sanità, scuola, assistenza sociale, gestione amministrativa, mediazione linguistica e culturale. Anche partendo dal volontariato, è evidente che nel medio periodo l’onere ricadrà sul bilancio pubblico cioè tutti noi. 

Un’altra zona grigia riguarda la selezione delle persone da accogliere. La narrazione umanitaria è forte, ma manca una filiera decisionale chiara. Non viene spiegato chi decide concretamente, con quali criteri e sotto quale responsabilità politica. Lo Stato rischia così di assumersi tutte le conseguenze di scelte che non controlla pienamente.

Infine, c’è il precedente. In un micro-Stato ogni decisione “eccezionale” pesa più che altrove. Aprire oggi all’uso di immobili pubblici per un progetto esterno rende domani molto più difficile dire di no ad altri. È un cambio di paradigma che non viene mai dichiarato apertamente, ma che è implicito nell’impostazione del documento.

Il punto, quindi, non è la solidarietà né la sofferenza di Gaza, che nessuno mette in discussione. Il punto è il modo in cui si chiede a San Marino di gestire questa scelta, comprimendo il dibattito, minimizzando le conseguenze interne e spostando sullo Stato costi e responsabilità nel tempo.

Questa lettera non chiede un confronto: chiede un assenso, senza poi tanto discutere. Sta alla politica decidere se limitarsi a ratificarlo o se riprendersi fino in fondo il proprio ruolo.

Vediamo.

Marco Severini – direttore GiornaleSM