Il corso per imam in carcere va agli amici degli estremisti

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  • Anche in carcere i musulmani hanno diritto ad assistenza spirituale. O almeno così deve averla pensata il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che ha presentato il primo corso per formare imam destinati a lavorare all’interno degli istituti penitenziari. Trenta ore di lezione finanziate con soldi rigorosamente pubblici dal ministero dell’Istruzione nell’ambito del progetto PriMed (Prevenzione e interazione nello spazio trans-mediterraneo).

    Il primo esperimento – «Corso per Imam e ministri di culto musulmani operanti nel contesto penitenziario» – è partito all’università degli studi di Padova. L’obiettivo, a detta del ministero, è offrire una guida religiosa ai detenuti islamici, che nelle carceri italiane sono sempre più numerosi e molto spesso a rischio radicalizzazione. Il problema è che l’accordo che ha reso possibile questa novità è stato sottoscritto dal presidente dell’Unione delle comunità islamiche d’Italia Ucoii che da più parti viene accusata di non fare abbastanza per contenere la radicalizzazione nel nostro Paese. Non a caso, proprio per questa ragione il parlamentare leghista Jacopo Morrone ha deciso di presentare un’interrogazione. Spiegando che l’Ucoii sarebbe nota per essere «sodale ai Fratelli musulmani, gruppo fondamentalista da tempo operante in Europa e in Italia, inserito nella lista nera da molti Paesi arabi. Obiettivo dei Fratelli musulmani prosegue – in estrema sintesi e’ l’irradiamento dell’Islam fondamentalista nel vecchio continente grazie al proselitismo, alle conversioni, alle alleanze strumentali con forze politiche e sociali della sinistra utilizzate come passepartout per entrare nelle istituzioni».

    Ecco perché l’invito a seguire spiritualmente i carcerati musulmani, rivolto dal governo proprio agli esponenti dell’Ucoii, è diventato fonte di preoccupazione. Poco si sa, infatti, sugli imam ammessi alle lezioni. Sulle loro attività, sui contenuti delle loro prediche. L’unica certezza, al momento, è che le guide religiose sono già attive nelle moschee presenti in Italia. Le lezioni, svolte in italiano, arabo, inglese e francese, servono solo per conoscere meglio il contesto penitenziario italiano. In modo da poter entrare in cella e lavorare per «assicurare ai detenuti e agli internati l’istruzione e l’assistenza spirituale, nonché la celebrazione dei riti delle confessioni diverse da quella cattolica». Vigilando, naturalmente, affinché non si manifestino casi di radicalizzazione violenta. Se il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia, spiega che «il corso dimostra la comune intenzione di scongiurare, con le armi di una pacifica e documentata persuasione, i rischi di radicalizzazione che incombono in seno alla promiscuità carceraria», il presidente dell’Ucoii, Yassine Lafram, evidenzia come «la cura delle anime fa parte in modo ineludibile del percorso di reinserimento nella società civile e deve essere esperita nel rispetto della tradizione di appartenenza del detenuto, così come stabilisce la Costituzione della Repubblica».

    Resta però una certezza: la natura delle attività svolte dagli imam in Italia non è sempre certa. Negli ultimi anni in tanti sono stati denunciati o arrestati con accuse pesantissime, quasi sempre riconducibili al terrorismo internazionale. Proprio ad agosto l’imam di San Donà di Piave è stato espulso dal ministero dell’Interno perché ritenuto seguace di un orientamento religioso islamico improntato al salafismo ortodosso, attestato su posizioni radicali. Difficile non avere paura che queste idee adesso entrino anche in carcere.



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