L’establishment economico che il ministro ha spesso bacchettato, ma del quale non può fare a meno, gli ha mandato un doppio avvertimento, prima con un affondo tutt’altro che solitario di Sergio Romano sul Corriere della sera, poi con un editoriale di Roberto Napoletano, direttore del Sole 24 ore. L’incanto s’era rotto da mesi, ma l’affaire del consigliere venuto dal nulla ha fatto calare la cortina del sospetto.
Personaggio enigmatico, semplice capitano della finanza senza background politico o economico, Marco Milanese entra nello staff del ministro e ne diventa il consigliere più stretto, gestisce i rapporti con la stampa sia direttamente sia attraverso la sua compagna Manuela Bravi, fino alle relazioni istituzionali e alle nomine nelle aziende pubbliche. È Tremonti nel 2008 a imporlo nella circoscrizione Campania 2 perché a Milano la lista dei pretendenti era troppo lunga. Arrivato a Montecitorio, la sua relazione con il Tesoro si fa simbiotica, il raggio d’azione più ampio, la vita privata opaca, tra auto di lusso, barche, ville e il fatidico appartamento nella via di Campo Marzio dove ospita il ministro. Di fronte alla richiesta di autorizzazione a procedere contro Milanese (la Camera deciderà a settembre), nei palazzi romani circola ormai una sola domanda: se cade il ministro dell’Economia, che succede?
Unico e poliedrico, Tremonti ha indossato molte maschere in tutti questi anni e a ciascuna ha collegato una rete di relazioni. Il primo costume è quello statalista di Jean-Baptiste Colbert, il tesoriere di Luigi XIV, le Roi Soleil. Al posto delle Manifatture reali, c’è la Cassa depositi e prestiti, un braccio armato di 250 miliardi di euro grazie alla raccolta postale. Qui si consolida il nuovo rapporto con Giuseppe Guzzetti il quale rappresenta le fondazioni bancarie azioniste di minoranza della Cdp.
Una entente cordiale che si estende alla Banca Intesa, il cui presidente,Giovanni Bazoli, consente al suo pupillo, Giovanni Gorno Tempini, di passare dalla Mittel alla Cassa. Nel frattempo, Massimo Ponzellini, l’ex assistente di Romano Prodi che Tremonti ha voluto al suo fianco dal 2002 nella Patrimonio spa e alla Zecca, conquista la presidenza della Banca popolare di Milano, snodo chiave della finanza «bianca». Ettore Gotti Tedeschi, nominato nel 2008 consigliere etico e finanziario del ministro, è un’altra chiave d’ingresso nei forzieri cattolici, tanto più quando va a dirigere lo Ior (l’Istituto per le opere di religione), la banca del Vaticano. Mentre nella laicissima Mediobanca si agita Fabrizio Palenzona, vicepresidente dell’Unicredit, assiduo commensale nei pranzi del lunedì con il gotha bancario.
Dal capitale a Robin Hood, il salto è acrobatico, ma i panni dell’arciere di Sherwood servono per coprirsi a sinistra e mantenere buone relazioni con La Repubblica alla quale affida spesso reconditi pensieri, incubi e notizie.
Sotto le vesti di Francesco Saverio Nitti il ministro protegge il fianco meridionale dal quale si stacca con lento e travagliato parto la Banca del Sud. Nittiana è anche la concezione delle aziende pubbliche. Nell’ultimo giro di nomine, Tremonti avrebbe voluto portare Ponzellini alla presidenza dell’Eni, con Massimo Sarmi e Flavio Cattaneo a disputarsi la Finmeccanica e le Poste.
La difesa delle pensioni e l’uso a pioggia della cassa integrazione lo avvicinano a Otto von Bismarck, l’uomo dello stato sociale «dalla culla alla tomba», il cancelliere di ferro evocato con piacere da Umberto Bossi nell’ottobre dello scorso anno, quando la Finanziaria venne approvata in dieci minuti dal consiglio dei ministri e Tremonti ottenne piena libertà d’azione.
È il rigore prima dello sviluppo alla Quintino Sella sulla cui scrivania in via XX Settembre il ministro teneva un barattolo della Cirio, un «memento» per quei banchieri con i quali non ha mai legato. Primo tra tutti Cesare Geronzi, alla cui estromissione dalla presidenza delle Generali ha assistito silente, tanto che alcuni hanno fatto risalire a lui una regia occulta.
L’impegno a pareggiare il bilancio entro il 2014 ha dato credibilità all’estero. Ai rapporti internazionali Tremonti s’è dedicato molto, soprattutto da quando perse la poltrona nel 2004, spinto da Gianfranco Fini fuori da via XX Settembre. Salotto importante e trasversale è l’Aspen Institute, succursale del think tank creato in Colorado, presieduto per anni dall’amico, e per certi versi ispiratore, Giuliano Amato.
E tuttavia il punto di riferimento del tremontismo non è l’America e il modello anglosassone, bensì la Germania, con la sua economia sociale di mercato. La buona relazione con il democristiano bavarese Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze tedesco, ha tenuto l’Italia fuori dai Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna), finché la settimana scorsa la Deutsche Bank non si è liberata di quasi tutti i buoni del tesoro poliennali.
Svanito anche l’ultimo incanto, super Giulio diventa vulnerabile. La successione a Mario Draghi, apertamente criticato e talvolta irriso, è bloccata da veti incrociati. Tremonti ha candidato Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro, anche se l’ex governatore preferisce una soluzione interna con Fabrizio Saccomanni. Mentre punta i piedi a Francoforte Lorenzo Bini Smaghi, membro del direttorio della Banca centrale europea.
L’impasse in via Nazionale non è l’unica falla. Ponzellini, stoppato nelle sue ambizioni, guida una Bpm povera di capitali, sotto il tiro della Vigilanza. Le manovre nella Mediobanca vengono condotte da chi non ha quattrini, mentre dall’altra parte c’è un finanziere superliquido come il francese Vincent Bolloré.
Troppe maschere e troppe macchinazioni. Alla fine, l’intera rete relazionale si strappa, a cominciare dai tecnici più fidati del Tesoro, come il capo di gabinetto Vincenzo Fortunato o Attilio Befera, l’uomo delle ganasce fiscali che dirige l’Agenzia delle entrate.
Senza Tremonti, il nostro debito da 1.900 miliardi, metà dei quali in mani straniere, è in pericolo? Il ministro ha il salvacondotto dell’Unione Europea, ma Bini Smaghi o Mario Monti, per citare due possibili successori, non sono uomini da far tremare le borse. La Grecia ha sostituito il ministro del Tesoro. Il Portogallo ha cambiato maggioranza. La Spagna anticipa le elezioni a novembre. E i mercati non fanno un plissé perché i governi passano, ma la crescita non arriva. Lo stesso circolo vizioso che mette a rischio anche l’Italia.
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