Il kompagno che scopre la giustizia indigesta

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  • “Non sono mai stato a libro paga dei Riva”. Lo diceva nel 2013 e lo ripete anche oggi, giorno della sua condanna a tre anni e mezzo per concussione aggravata. Nichi Vendola è rabbioso. E rilascia una dichiarazione di fuoco che mette in dubbio l’operato della magistratura: “Mi ribello ad una giustizia che calpesta la verità. È come vivere in un mondo capovolto, dove chi ha operato per il bene di Taranto viene condannato senza l’ombra di una prova. Una mostruosità giuridica avallata da una giuria popolare colpisce noi, quelli che dai Riva non hanno preso mai un soldo, che hanno scoperchiato la fabbrica, che hanno imposto leggi all’avanguardia contro i veleni industriali. Appelleremo questa sentenza, anche perché essa rappresenta l’ennesima prova di una giustizia profondamente malata”. L’ira è comprensibile: lui, paladino di una sinistra che ha sempre messo al primo posto la difesa dei lavoratori e dell’ambiente, che si ritrova dallo stesso lato della barricata in cui stanno i “padroni” da combattere. Non solo. Il vero contrappasso per l’ex leader di Sel è ritrovarsi accusato di averli financo aiutati.

    Quando nel 2015 venne rinviato a giudizio Vendola non aveva ancora maturato la rabbia nei confronti della magistratura. “Vado a processo con la coscienza pulita. Un rinvio a giudizio non è una condanna, è soltanto la porta di ingresso nel processo. Ovviamente, mi brucia molto la ferita che subisco: rappresento la politica che non è stata a libro paga dei Riva. E molti non possono dire la stessa cosa”. C’era ancora un barlume di speranza nei confronti del sistema giudiziario. E c’era ancora la forza di passar sopra alle accuse politiche dei forcaioli, una su tutte quella del giustizialista Grillo che già due anni prima, in un comizio pubblico nel 2013 a Potenza, lo aveva definito “servo di Riva”. Adesso, la fiducia ha lasciato il posto alla furia. Alla ribellione. Va in scena un cortocircuito rosso che pone Vendola in una situazione kafkiana.

    Ne è passata di acqua nei ponti da quel lontano 31 agosto 2006 giorno in cui l’allora presidente della Regione Puglia avviava il suo “rapporto” con l’Ilva da lui considerata sempre un ”oscuro oggetto del desiderio”, perché da un lato “sentivo il fascino della grande fabbrica”, dall’altro ”percepivo l’asprezza delle condizioni di lavoro di quella immensa scatola di fuoco e di acciaio”. In una missiva indirizzata al patron Emilio Riva, Nichi poi scriveva: “Caro ingegnere, la sua azienda è dinanzi a un bivio: o sceglie la strada del più acuto dei conflitti di classe o si lancia a cuore aperto in una nuova stagione. La nuova stagione è quella in cui la fabbrica può crescere e diventare, ancor più di oggi, un protagonista mondiale dell’industria siderurgica: ma a condizione che l’organizzazione interna del lavoro sia capace di sconfiggere la finta fatalità di una morte che varca quei cancelli con troppa facilità. Possiamo dimostrare che la vita, la salute, la dignità non sono incompatibili con la parola Ilva? Io penso di sì. E spero che lei voglia condividere con me questa speranza”. Oggi però l’unica cosa che Vendola condivide con i Riva è una condanna penale. Il tempo e la giustizia si incaricheranno di stabilire eventuali altre verità che al momento, al contrario di quello che sostiene Vendola, non ci sono.


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