Vivere la vita e le circostanze guardando quello che accade è sempre fonte di scoperte impreviste. E forse anche di incontri non programmati.
È per questo che mi attrae il guardare la realtà, e spesso osservando come gli uomini la vivono e la comunicano.
Ho appena finito di leggere l’opera di Jon Fosse, Il mistero della fede, in cui lui risponde alle domande dell’intervistatore mettendosi totalmente a nudo, «senza rete», potrei dire. E molte delle sue affermazioni mi lasciano sconcertato, ma molte di più mi spalancano in una simpatia istintiva, certo che il suo cammino verso la fede, suo personale, a modo suo, carico di domande e di lampi di meraviglia, indica che la posizione umana più convincente è quella di chi si pone domande e rifiuta l’ovvio, la scontatezza, la ripetizione. Per cui insieme ad affermazioni che ti lasciano basito, trovi degli squarci di verità che non solo condividi, ma che vorresti gridare a tutti.
Non è un manuale di pensieri, è la sfida di un uomo di fronte al mistero.
Solo un pensiero: «Forse sì, forse bisogna essere in un certo senso infantili, ingenui, per vivere, per avere la forza di vivere. Sì, per poter recitare il proprio ruolo in questo teatro che è la vita. Se questa innocenza fanciullesca svanisce, allora l’angoscia potrebbe prendere piede fino a trasformarsi in una profonda depressione e a quel punto non si è più in grado di recitare il proprio ruolo. L’elemento infanti-le, l’innocenza, contiene in sé la vita stessa. Non so se è per questo che amo così tanto i bambini, comunque li amo tantissimo. Sono tutti poeti di Dio. Senza diventare bambini, non si può entrare nel Regno di Dio. Questo mi colpisce profondamente».
E, leggendolo, mi venivano in mente queste considerazioni, antiche e nuove. Da un lato quello che san Francesco scriveva a un ministro del suo ordine: «Io ti dico, come posso, per quello che riguarda la tua anima, che quelle cose che ti impediscono di amare il Signore Iddio, e ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri, anche se ti percuotessero, tutto questo devi ritenere come una grazia. E così tu devi volere e non diversamente. E questo tieni per te in conto di vera obbedienza [da parte] del Signore Iddio e mia, perché io so con certezza che questa è vera obbedienza. E ama coloro che ti fanno queste cose. E non aspettarti da loro altro, se non ciò che il Signore ti darà. E in questo amali e non pretendere che siano cristiani migliori.»
E queste nuove parole di don Giussani, nel ’68: «Il credito che io faccio a un altro sarebbe irragionevole, se non avesse un minimo di consistente motivazione; ma sarebbe altrettanto irragionevole, cioè distruggerebbe se stesso, se si pretendesse, per dare questo credito, un massimo di sicurezza…
Io vorrei, più che definire delle cose, comunicare un atteggiamento …che aiuti a mettersi nella posizione giusta…
Quello di cui sentiamo il bisogno, infatti, è un luogo dove l’urgenza religiosa umana e la passione cristiana che s’è accesa in noi in tanti modi, almeno come desiderio, possa diventare conversazione, dialogo, amicizia, e perciò anche condivisione della vita, nella libertà profonda e assoluta; per cui non mi verrà …da giudicare nessuno…
In una discussione… uno definiva: «L’amore agli uomini nel loro ritmo», amare gli uomini secondo il loro ritmo. Che ne so io di quello di cui sono capace? Chi mi rende capace, infatti, è Dio. Che ne so io perciò della mia vita di domani? Che ne so io della mia ora seguente? Che ne so io del modo con cui è chiamato l’altro?…
Il disegno della mia vita non è mio. Io, perciò, accetto con profonda attenzione e cordialità questo Mistero che è nella strada dell’altro…».
Così ci si scopre attenti alle parole di chi cerca, nel suo impegno, di contribuire al «bene comune», come si è espresso Pasquale Valentini recentemente: «questi interventi [della politica sammarinese] hanno bisogno di una visione unitaria, condivisa e approfondita, raggiungibile con un ampio coinvolgimento, sia sul piano politico, sia su quello culturale, con la preoccupazione che tale visione rispetti la natura del nostro impianto istituzionale, basato sulla complementarità dei vari poteri, dalla quale discendono la collegialità e l’autonomia.»
Come non sentire l’urgenza di una cultura (che poi informi la politica) che dia un respiro nuovo al cammino tra noi? Come fermarsi di fronte all’inerzia di chi non si accorge che il mondo sta cambiando, e che questo benedetto «cambiamento d’epoca» non consiste in uno schema stantio, e ha caratteristiche di novità di cui tenere conto? Basta pensare al clima politico internazionale, con le scelte in America, che sembrano indicare un clima di maggiore libertà, di rispetto per la vita, di passione per una storia che non possiamo buttare via…
Abbiamo ascoltato come aria nuova le parole di Vance, Vicepresidente USA, alla Marcia della vita: «Come sapete, il tema di quest’anno è “La vita: perché marciamo”. Ci sono risposte ovvie alla domanda implicita che pone: marciamo per proteggere i non nati; marciamo per proclamare e vivere la sacra verità che ogni bambino è un miracolo e un dono di Dio.
Ogni volta che Usha e io abbiamo accolto i nostri figli nel mondo, abbiamo visto con i nostri occhi la bellezza indescrivibile di una nuova vita … Vedere i nostri tre figli crescere, imparare e diventare ciò che sono oggi è stata la più grande benedizione della nostra vita.
Ogni genitore qui conosce quella sensazione, quello stupore davanti a un neonato. È nostra responsabilità proteggerlo e custodirlo…
Il compito del nostro movimento è proteggere la vita innocente, difendere i non nati, ma anche essere pro-famiglia e pro-vita nel senso più pieno del termine.
Nel corso della mia vita, non so dirvi quante persone, di fronte a una gravidanza o alla prospettiva di una, reagiscano non con gioia ma con preoccupazione. Si chiedono: “Come posso permettermelo? Cosa significherà per la mia istruzione, la mia carriera, la mia relazione o la mia famiglia?”.
So quanto tempo e risorse abbiate dedicato per rispondere a queste domande e tendere una mano ai giovani in momenti di disperazione. Ma, in larga misura, la nostra società e il nostro governo non hanno ancora fatto abbastanza per sostenere i giovani genitori.
Abbiamo fallito come nazione non solo permettendo una cultura di aborto su richiesta, ma trascurando di aiutare i giovani genitori a ottenere ciò di cui hanno bisogno per vivere una vita felice e significativa. Una cultura di radicale individualismo ha preso piede, vedendo le responsabilità e le gioie della vita familiare come ostacoli, invece che come benedizioni personali. La nostra società non è riuscita a riconoscere l’obbligo che una generazione ha nei confronti di un’altra, che è una parte fondamentale del vivere in una società…»
Certo, di fronte a queste parole, dopo avere subito il clima pesante della cancel culture e del pensiero woke, sembra di essere in un altro mondo. Ma è questo il mondo che vogliamo, è questo il cambiamento d’epoca che cerchiamo e che, in qualche modo, riconosciamo.
Forse può di nuovo accadere qualcosa, in questa nostra storia che ha, al suo interno, tante testimonianze di creatività e rispetto. Penso che la sfida (che nel tempo di guerra ha esaltato le grandi capacità e il grande cuore dei sammarinesi) potrà trovare amici che la accettano e che la vincono. Forse accettandola, lontano dai luoghi comuni. Come i grandi cartelli che vediamo tra noi ci ricordano.
don Gabriele Mangiarotti